Agosto 1859: la dinastia «Austro-Lorenese» è dichiarata decaduta dal trono toscano

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di Christian Satto (Scuola Normale Superiore)

[Le parole evidenziate nel testo rinviano a link esterni elencati in fondo alla pagina]

 

 

Ritratto di Lorenzo Ginori Lisci. Banca dati «Senatori d’Italia», Senato della Repubblica.

Nella tornata del 16 agosto 1859 l’Assemblea Toscana, eletta il 7 dello stesso mese, approvò all’unanimità dei presenti la seguente disposizione, proposta dal marchese Lorenzo Ginori Lisci il 13 agosto e modificata da una commissione: «L’Assemblea dichiara che la Dinastia Austro-Lorenese, la quale nel 27 aprile 1859 abbandonava la Toscana, senza ivi lasciar forma di Governo, e riparava nel campo nemico, si è resa assolutamente incompatibile con l’ordine, e la felicità della Toscana. Dichiara che non vi è modo alcuno per cui tale Dinastia possa ristabilirsi, e conservarsi senza oltraggio alla dignità del Paese, e senza offesa ai sentimenti delle popolazioni, senza costante e inevitabile pericolo di vedere turbata incessantemente la pace pubblica, e senza danno d’Italia. Dichiara conseguentemente non potersi né richiamare, né ricevere la Dinastia Austro-Lorenese a regnare di nuovo sulla Toscana».

 

Così i toscani respingevano l’ipotesi di rivedere nelle sale di Palazzo Pitti un granduca austriaco, mettendo formalmente fine ad una storia lunga ben 122 anni. Tanto, infatti, durò il dominio della dinastia di Lorena, Asburgo-Lorena da Pietro Leopoldo in poi, installatasi a Firenze per volontà delle grandi potenze europee all’indomani della morte senza eredi maschi di Gian Gastone de’ Medici, avvenuta il 9 luglio 1737. Il primo granduca della nuova dinastia era stato Francesco Stefano di Lorena, marito di Maria Teresa d’Austria, e dal 1745 Sacro Romano Imperatore che aveva ricevuto la Toscana al posto della natia Lorena, nell’ambito degli accordi preliminari (1736) nell’ambito della guerra di successione polacca. Il sovrano si recò in Toscana una sola volta, nel 1739, preferendo lasciare la gestione del Paese ad un Consiglio di Reggenza che iniziò a varare le prime riforme, proseguite poi con maggior vigore dal suo successore, il figlio secondogenito Pietro Leopoldo, salito al trono nel 1765. Permeato dagli ideali dell’illuminismo, Pietro Leopoldo mutò profondamente la vecchia Toscana varando importantissimi provvedimenti legislativi volti a fare del suo piccolo Stato un modello di modernità in Europa. Tra le tante riforme leopoldine, quelle di maggior valore furono senz’altro l’abolizione della pena di morte e l’idea di dotare il Paese di una costituzione al termine di una riforma complessiva del sistema amministrativo locale. La costituzione non poté trovare attuazione perché, nel 1790, Pietro Leopoldo dovette trasferirsi da Firenze a Vienna per assumere il titolo di Sacro Romano Imperatore. Il progetto rimase tuttavia un importante modello ideale per quella classe dirigente liberal-moderata della prima metà dell’Ottocento che si sarebbe poi distaccata dalla Dinastia.

 

E. Fanfani, La rivoluzione del 27 aprile 1859 in Piazza della Signoria, fra 1859 e 1860. Firenze, Galleria d’Arte moderna

Durante il regno del suo successore Ferdinando III si verificò l’unico periodo di interruzione della sovranità dinastica a causa degli sconvolgimenti rivoluzionari e napoleonici, prima in favore del borbonico Regno d’Etruria, poi con l’annessione diretta della Toscana all’Impero francese. Restaurato sul trono fiorentino dal Congresso di Vienna nel 1814, Ferdinando III si affidò a due personaggi di notevole spessore quali Vittorio Fossombroni e Neri Corsini, che riuscirono abilmente a mantenere la Toscana in uno stato di tranquillità politica, conservandole un limitato margine di autonomia all’interno del sistema della Restaurazione senza però impedire che si facesse ancor più saldo il legame con Vienna. Ciò emerse in tutta evidenza sotto l’ultimo granduca regnante della dinastia lorenese, Leopoldo II detto «Canapone», asceso al trono nel 1824. Attento ai bisogni del territorio – promosse le bonifiche in Maremma e la ferrovia Leopolda che collegava Firenze, Pisa e Livorno – Leopoldo che, come scrisse Ernesto Sestan, «non era l’uomo dei calcoli volpini», non riuscì ad evitare il definitivo distacco fra la dinastia e la parte migliore della classe dirigente toscana. Decisivo in questo senso fu il tornante rivoluzionario 1847-1849 quando il granduca, dopo aver subito più che voluto le riforme «liberali» culminate nello Statuto costituzionale del 1848, arrivò ad abbandonare la Toscana per riparare a Gaeta insieme a Pio IX. Così lasciò campo libero al ministero democratico, da lui stesso incaricato, guidato da Guerrazzi e Montanelli. Successivamente si insediò di nuovo a Firenze con l’appoggio armato viennese. Con il comportamento tenuto all’indomani del suo ritorno in Toscana nell’estate del 1849, Leopoldo tradì le attese dei liberali moderati che nell’aprile di quello stesso anno avevano posto fine all’esperienza democratica, pregandolo di rientrare nella capitale e riprendere il suo posto di sovrano costituzionale.  Ormai legato alla linea familiare dettata da Vienna, egli promosse una politica repressiva, culminata nell’abolizione dello Statuto (1852) e nella chiusura a qualsiasi richiesta di segno liberale e nazionale. Insomma per i liberali toscani, Leopoldo II non fu più il loro granduca, ma solo un Arciduca d’Austria la cui permanenza sul trono confliggeva irrimediabilmente con i loro ideali e i loro progetti. «Anche gli spropositi vecchi di dieci anni – scrisse Marco Tabarrini nel suo Diario – si potevano rimediare; e non si seppe, anzi si aggravarono fino all’ultimo con gli spropositi nuovi».

 

 

G. Bezzuoli, Ritratto del granduca Leopoldo II di Toscana in veste di cavaliere di Santo Stefano, 1840 circa. Pisa, Scuola Normale Superiore

In seguito alla grande manifestazione del 27 aprile 1859, Leopoldo, abbandonato anche dall’esercito e convinto che anche questa volta, come nel 1847-49, la rivoluzione sarebbe finita in un nulla di fatto – e forse anche la volontà di evitare ai suoi «figliuoli» toscani inutili sofferenze – si risolse a lasciare Firenze per attendere nei domini asburgici che la vittoria austriaca gli permettesse di rientrare a Palazzo Pitti. Ciò, però, non accadde. Anzi dopo ben 35 anni di regno, il 13 luglio successivo, Francesco Giuseppe lo invitò ad abdicare in favore del figlio che da quel momento assunse il titolo, ormai solo nominale, di Ferdinando IV, granduca di Toscana.

 

La parola fine alla parabola lorenese, però, la misero i rappresentanti toscani con l’atto del 16 agosto dal quale siamo partiti e sul quale conviene brevemente ritornare. Esso, infatti, era strettamente connesso alla situazione politica venutasi a creare nella Penisola italiana con i preliminari di pace (11 luglio 1859) successivi all’armistizio di Villafranca, che aprivano alla possibilità di restaurare i sovrani spodestati dalla rivoluzione. Chiare sul punto erano le parole indirizzate da Cosimo Ridolfi, ministro degli esteri del governo provvisorio toscano, a Ubaldino Peruzzi, inviato di quel governo in Francia, il 16 luglio 1859: «i preliminari della pace lasciano insolute un gran numero di questioni. L’ordinamento futuro della Italia Centrale è avvolto nella più completa oscurità. Nessuno potrebbe ragionevolmente dire quali sorti s’intenda riserbare al nostro Paese». In questa fase di incertezza, quindi, occorreva mandare un messaggio alle Potenze europee, soprattutto alla Francia, in modo da rendere inequivocabile che i toscani non avrebbero accettato il rientro a Firenze della vecchia dinastia, rientro che avrebbe ripristinato l’intollerabile legame con l’Austria. Il primo compito di Peruzzi, quindi, sarebbe stato quello di manifestare che «primo e più ardente [desiderio] di tutti si è quello di esser sottratta al dolore ed alla umiliazione di una restaurazione della Dinastia Lorenese. […] non vi ha dubbio che dopo i fatti del corrente anno, combinati con quelli di tutto il passato decennio, Leopoldo Secondo e la sua dinastia tornerebbero in Toscana con profondi e insuperabili rancori contro il Paese intiero, e soprattutto contro la classe intelligente, la quale si è pronunziata ormai in modo irrevocabile. […] odii da una parte, diffidenza dall’altra; ecco quali sarebbero i vincoli fra governanti e governati».

 

G. Castagnola, Leopoldo II rifiuta a D. Neri Corsini di abdicare, 1860

In quest’ottica, quindi, si decise, il 16 agosto, di dichiarare decaduta l’antica casa regnante non ricorrendo ad un proclama di un governo rivoluzionario, e come tale facilmente contestabile, bensì al voto della neoeletta assemblea. Sarebbero, quindi, stati i toscani, attraverso i loro rappresentanti, a non voler più gli Asburgo-Lorena obbligando così le grandi Potenze a riflettere prima di reinsediarli a Palazzo Pitti. Nella stessa seduta del 16 agosto, alcuni deputati proposero che la Toscana entrasse a far parte di un nuovo Regno con Vittorio Emanuele di Savoia come sovrano. Il successivo 20 agosto, infine, l’Assemblea sancì, con 163 voti favorevoli, «coerentemente alle considerazioni e dichiarazioni espresse nella risoluzione del dì 16 agosto corrente […] esser fermo voto della Toscana di far parte di un forte Regno Costituzionale sotto lo scettro del Re Vittorio Emanuele».

 

A queste date si era ancora in un quadro generale molto fluido e ricco di posizioni diverse che si sarebbe poi chiarito con il plebiscito dell’11-12 marzo 1860, con il quale la Toscana avrebbe definitivamente scelto «l’unione alla monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele». Il 16 agosto 1859, però, decretando la decadenza della dinastia austriaca, rimane comunque una data importante per la storia di Firenze e della Toscana nel secolo XIX.

 

Letture di approfondimento:

  • Atti dell’Assemblea toscana ed altri documenti relativi alle sue deliberazioni del 16 e 20 agosto 1859, Firenze, 1859.
  • M. Tabarrini, Diario (1859-1860), Firenze, Le Monnier, 1859.
  • E. Sestan, La Firenze di Vieusseux e di Capponi, Firenze, Olschki, 1986.
  • I Lorena in Toscana, a cura di C. Rotondi, Firenze, Olschki, 1989.
  • La Toscana dei Lorena: riforme, territorio, società, a cura di Z. Ciuffoletti e L. Rombai, Firenze, Olschki, 1989.
  • R.P. Coppini, Il Granducato di Toscana dagli anni francesi all’Unità, Torino, UTET, 1993.
  • G. Pécout, De l’Etat régional à l’Italie unifiée : une transition territoriale, in Jean Boutier, Sandro Landi, Olivier Rouchon (dir.), Florence et la Toscane XIVe-XIXe siècles. Les dynamiques d’un Etat italien , Rennes, PUR, 2004, pp. 127-144.
  • T. Kroll, La rivolta del patriziato. Il liberalismo della nobiltà nella Toscana del Risorgimento, Firenze, Olschki, 2005.
  • Chiavistelli, Dallo Stato alla nazione. Costituzione e sfera pubblica in Toscana dal 1814 al 1849, Roma, Carocci, 2006.
  • G. Paolini, Il tramonto di una dinastia. La Toscana e il 27 aprile 1859, Firenze, Le Monnier, 2010.
  • Fra Parigi e Firenze. Carteggio Peruzzi-Ridolfi (luglio-novembre 1859), a cura di M. Nardini, Firenze, Le Monnier, 2011.
  • La rivoluzione Toscana del 1859. L’Unità d’Italia e il ruolo di Bettino Ricasoli, a cura di G. Manica, Firenze, Polistampa, 2012.

 

Elenco dei link in ordine di citazione (il loro funzionamento è verificato il 1° agosto 2012):


Come citare questo articolo: Christian Satto, Agosto 1859: la dinastia «Austro-Lorenese» è dichiarata decaduta dal trono toscano, in "Portale Storia di Firenze", Agosto 2016, http://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=agosto-1859-la-dinastia-austro-lorenese-e-dichiarata-decaduta-dal-trono-toscano
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