dicembre 1110: Enrico V celebra il Natale a Firenze

Immagine di copertina:

Matteo Florimi, Pianta prospettica incisa su rame, derivazione della pianta del Buonsignori, 1600 circa (immagine tratta dall’“Archivio carte antiche” dell’Istituto Geografico Militare, banca dati on line)



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di Enrico Faini (Università di Firenze)

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Cronica di Eccheardo di Aura (Staatsbibliothek Berlin, Cod. lat. 295, fol. 99r)

La vigilia di Natale del 1110 il «re dei Romani» si accampò col suo esercito fuori dalle mura di Firenze. Le antiche, incerte, memorie fiorentine sull’origine della libertà comunale ricordano che, trent’anni prima, suo padre aveva fatto la stessa cosa. Padre e figlio si chiamavano entrambi Enrico e tutti e due erano – o, almeno, ritenevano di essere – i legittimi eredi dell’Impero romano. Tra i due episodi, però, le somiglianze finiscono qui. Enrico IV, il padre, si sarebbe accampato nell’area poi occupata dalla Santissima Annunziata con l’intenzione di conquistare Firenze, allora tutta compresa nella piccola cerchia alto-medievale. Erano i tempi della lotta per le investiture e alcune città italiane si erano schierate contro Enrico, al fianco del papa Gregorio VII e della sua protettrice Matilde di Canossa. Le cronache fiorentine, duecento anni più tardi, ricorderanno con fierezza che l’imperatore aveva dovuto togliere il campo «a modo di sconfitta» (Villani): era la prima grande impresa della città, la prima volta che i Fiorentini riuscivano a piegare la volontà di un cesare straniero.

Enrico V, il figlio, giungeva a Firenze sotto auspici ben diversi. Doveva raggiungere il papa, Pasquale II, e sottoscrivere con lui un sofferto accordo sulla nomina dei vescovi (le famose investiture). Le cose si sarebbero rivelate più difficili del previsto, ma Enrico – ancora accampato in prossimità dell’Arno – non poteva saperlo. L’accoglienza festosa che Firenze gli tributò era un buon viatico. Gli annali di mezza Europa ricordano quelle giornate trionfali: il giubilo della popolazione, l’abbondanza di derrate che, spontaneamente, i Fiorentini fornirono all’esercito del sovrano, già re dei Romani, ovvero imperatore in pectore, anche se non ancora incoronato dal pontefice. Enrico si azzardò perfino a entrare in città per la messa di Natale. Un bel viatico, si diceva, perché le porte di Firenze gliele spalancava Matilde: protettrice del papa e acerrima nemica di suo padre e di suo nonno. Entrare a Firenze significava aver la strada spianata fino a Roma.

Se Enrico decise di entrare in città, non fu solo per passare il Natale all’asciutto. Certo, una spedizione in pieno inverno era un rischio serio, perfino per uomini avvezzi a climi ben più crudi, come i cavalieri tedeschi del re. Tuttavia la successiva storia dei Romzüge (le spedizioni a Roma dei pretendenti al titolo imperiale) avrebbe dimostrato che non si era al sicuro neppure d’estate. Nell’agosto 1167, infatti, un improvviso acquazzone investì il campo di Federico Barbarossa alle porte di Roma. Invece di attenuare il caldo, la pioggia suscitò un’improvvisa epidemia (colera?) che decimò l’esercito e costrinse il Barbarossa a una disastrosa ritirata. Molti videro in quell’episodio la manifestazione dell’ira divina contro un sovrano scomunicato, giunto nella Città Eterna per farsi incoronare da un antipapa.

La scelta fatta da Enrico V di celebrare il Natale dentro le mura ha poco a che fare con le comodità urbane e con il nostro modo di intendere la politica. Varcare le porte di qualsiasi città era un rischio: certo il grosso dell’esercito sarebbe rimasto fuori e il sovrano si sarebbe temporaneamente trasformato in un possibile ostaggio. Era dunque un atto di estrema fiducia nei capi della politica locale (qualsiasi cosa vogliamo intendere con questa espressione). D’altra parte la solennità garantita alla festa dalla presenza di una così illustre figura era un dono dal valore incomparabile per i canoni del tempo. Nel turbolento mondo italico le città lottavano tra di loro non solo per guadagnare terre e castelli, ma anche per primeggiare sul piano simbolico dell’onore. La corte del sovrano era itinerante e trasformava quindi in capitale tutti luoghi nei quali si fermava. Quel 25 dicembre Firenze sarebbe dunque diventata la capitale del Regno e gli annali – dal Tirreno al Mare del Nord – avrebbero ricordato l’evento per i secoli a venire.

Tino di Camaino, monumento funebre di Enrico VII, Pisa

Sul fatto che l’accoglienza in città fosse stata permessa dalla vecchia signora di Canossa ci sono pochi dubbi: anche se Matilde si era rifiutata di incontrare Enrico, i rispettivi ambasciatori avevano avuto un abboccamento a Bianello, prima che il sovrano valicasse l’Appennino. Matilde aveva assicurato che non sarebbe intervenuta nella questione romana. D’altra parte Firenze si era sempre dimostrata fedelissima della contessa. Ancora nell’estate del 1107 i Fiorentini avevano combattuto assieme a lei contro gli Alberti a Prato; nel settembre di quell’anno avevano ricevuto Pasquale II di ritorno dalla Francia e, in quel momento, ancora in aperta rottura con Enrico.

La strada spianata al sovrano, probabilmente, non fu solo un favore fatto dai Fiorentini a Matilde. Enrico era nelle condizioni di farsi aprire le porte con le buone o con le cattive. Solo Milano aveva osato sprangargli le sue, ma si trattava della maggiore città del Regno. A Firenze si sapeva che Enrico aveva un conto in sospeso con Arezzo, ribelle al proprio vescovo. Il conto sarebbe stato violentemente regolato proprio nei giorni successivi al Natale. V’è da credere, pertanto, che la sollecitudine verso le truppe di Enrico fosse dettata anche dall’occasione di vedere Arezzo umiliata.

Singolare è il destino dei sovrani di nome Enrico sotto il cielo di Firenze: sembra quasi che sia dominato da un’arcana simmetria. Enrico III, il nonno di Enrico V, aveva trionfato a Firenze nel 1055 sulla famiglia di Matilde, allora bambina, e si dice che non fosse estraneo alla morte del padre, avvenuta in circostanze misteriose. Ma il trionfo fu effimero, perché il sovrano si spense l’anno dopo, lasciando come erede un bambino di appena cinque anni, ostaggio degli appetiti della corte. Della mala parata di Enrico IV – il bambino divenuto imperatore – abbiamo già detto. Come il nonno, il quinto Enrico aveva gustato le gioie del trionfo in riva all’Arno, ma anche lui, morendo senza figli nel 1125, avrebbe lasciato il regno in balia della grande nobiltà. Enrico VI – che del quarto era pronipote – dominerà la città attraverso uomini a lui fedeli negli ultimi due decenni del secolo XII, spengendosi prematuramente nel 1197. Il lettore potrà già immaginare quale fu il destino del settimo. L’«alto Arrigo» venerato da Dante (Pd., XXX, 137) toglieva l’assedio a Firenze nell’autunno del 1312, deluso: la città gli aveva resistito. L’anno successivo avrebbe abbandonato questo mondo, lasciando costernati e senza speranza coloro che avevano riconosciuto in lui il pacificatore dell’Italia.

Matteo Florimi, Pianta prospettica incisa su rame, derivazione della pianta del Buonsignori, 1600 circa (immagine tratta dall’“Archivio carte antiche” dell’Istituto Geografico Militare, banca dati on line)

Inutile cercare coerenza nella politica fiorentina: in oltre due secoli e mezzo di rapporti con l’Impero la città sull’Arno si era distinta ora per la fedeltà, ora per la ribellione. Nonostante quel che scrissero i cronisti dal Trecento in poi, non c’era mai stata un’identità politica univoca, tanto meno nei confronti dei sovrani. Di sicuro la florentina libertas, celebrata da Coluccio Salutati e Leonardo Bruni, era ancora lontana nei secoli XI e XII. Se davvero Firenze aveva chiuso le porte in faccia a Enrico IV, ciò era accaduto perché l’imperatore era scomunicato: a quei tempi le città potevano già fare politica in proprio, ma non potevano certo teorizzare la ribellione contro un sovrano legittimo. Però i miti – come la florentina libertas – hanno una gestazione lunga e devono fondarsi su memorie condivise per essere creduti. L’informatissimo Giovanni Villani raccontava «Come i Fiorentini isconfissero il vicario d’Arrigo quarto [quinto secondo la numerazione moderna] imperadore» nel 1113, e non diceva nulla sul Natale di tre anni prima. Faceva gioco, nella Firenze angioina della prima metà del Trecento, presentarsi come avversari storici dell’Impero. Della recente e vittoriosa resistenza contro Enrico VII, Villani aveva trovato un’anticipazione convincente nello sfortunato assedio di Enrico IV, persecutore della Chiesa. Un’ideale coerenza politica poteva così distendersi su più di due secoli di storia cittadina: fedeli al papa contro l’imperatore. Di quel Natale del 1110, quando Firenze aveva aperto le porte al re tedesco, era decisamente meglio non parlare.

Bibliografia essenziale

  • R. Davidsohn, Storia di Firenze, 8 voll., Firenze, Sansoni, 1956-1968, in particolare vol. I

Elenco dei link in ordine di citazione (il loro funzionamento è stato verificato nell’ottobre 2017)


Come citare questo articolo: Enrico Faini, dicembre 1110: Enrico V celebra il Natale a Firenze, in "Portale Storia di Firenze", Dicembre 2017, http://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=dicembre-1110-enrico-v-celebra-il-natale-a-firenze
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