Dicembre 1908: esce «La Voce» di Prezzolini

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di Sara Mori (Università di Macerata)

[Le parole evidenziate nel testo rinviano a link esterni elencati in fondo alla pagina]

 

 

Giuseppe Prezzolini.

«Esciremo il 20 dicembre»: così scriveva Giuseppe Prezzolini, giovane giornalista già fondatore nel 1903 della rivista «Il Leonardo», a Benedetto Croce riferendosi a «La Voce» in una lettera datata 20 novembre 1908. L’impegno assunto un mese prima divenne realtà. Il primo numero di una tra le più importanti riviste letterarie del Novecento uscì proprio nella data prevista a Firenze. Il settimanale, in caratteri aldini e carta color avorio, era composto di quattro pagine e disposto su quattro colonne; la testata fu disegnata da Ardengo Soffici, allora uno sconosciuto artista reduce da Parigi, che qualche tempo dopo affiancò al titolo una vignetta raffigurante un contadino che vanga e il motto «Non si distrae chi è intento ad un lavoro».

 

L’obiettivo era quello di conquistare uno spazio di critica nel panorama politico e culturale dell’Italia giolittiana, andando a sottrarre lettori e consensi a un’altra rivista fiorentina, «Il Marzocco», periodico di letteratura e arte diretto e fondato da Adolfo e Angiolo Orvieto. Nel primo Novecento la cultura fiorentina trovò nei periodici letterari uno strumento ideale per «la presa di coscienza di un’inquietudine, e la ricerca di vie nuove, […] la dichiarazione di un’insoddisfazione e l’apertura a possibilità molteplici», come ha scritto lo storico Eugenio Garin. Prezzolini riuscì a far collaborare alla sua rivista quasi tutti i migliori ingegni dell’Italia d’allora: dall’amico scrittore Giovanni Papini, già coinvolto nella redazione della precedente esperienza de «Il Leonardo», a Gaetano Salvemini, a Luigi Einaudi, a Giovanni Amendola, a Romolo Murri, a Emilio Cecchi e a molti altri. La tiratura iniziale fu di 2.000 copie, che giunse a 2.500 con l’ottavo numero, per attestarsi poi su una media di 3.000; la rivista era in vendita in cento città italiane.

 

Pubblicità editoriale della Libreria della Voce.

L’articolo di fondo del primo numero, intitolato «L’Italia risponde», fu scritto da Papini, mentre Prezzolini si dedicò, sul secondo numero, all’articolo programmatico denominato «La nostra promessa» nel quale evidenziava l’attenzione del giornale per i nuovi fenomeni, dal modernismo al sindacalismo, e la necessità di aprirsi all’informazione internazionale. Accanto ai grandi obiettivi Prezzolini elencò una serie di piccole battaglie da affrontare, dall’incentivazione delle biblioteche pubbliche alla promozione della lettura, dalla riforma della burocrazia a quella dell’ordinamento delle scuole e delle università: «Noi sentiamo fortemente l’eticità della vita intellettuale, e ci muove il vomito a vedere la miseria e l’angustia ed il rivoltante traffico che si fa delle cose dello spirito. […] Di lavorare abbiamo voglia. Già ci proponiamo di tener dietro a certi movimenti sociali che si complicano di ideologie, come il modernismo ed il sindacalismo; di informare, senza troppa smania di novità, di quel che meglio si fa all’estero; di proporre riforme e miglioramenti alle biblioteche pubbliche, di occuparci della crisi morale delle università italiane; di segnalare le opere degne di lettura e di commentare le viltà della vita contemporanea».

 

La rivista ebbe subito un buon successo. Suscitò scalpore un articolo di Salvemini (Cocò all’Università di Napoli, o la scuola della mala vita) che determinò l’inizio di una lunga battaglia contro il baronato accademico e il grigiore dell’università italiana. Si dovrà proprio ai vociani l’espressione «baroni universitari». Prezzolini lanciò anche una polemica sul giornalismo e la sua funzione, che si personalizzò in un vivace scontro con Ugo Ojetti. Su «La Voce» dell’11 novembre 1909 il direttore tracciò un bilancio del primo anno di lavoro rivendicando la capacità di aver saputo fondere insieme «scrittori così diversi per idee», cogliendo «un bisogno avvertito da tutti, di diffondere l’abitudine ad una critica severa, senza mezzi termini e senza preoccupazioni materiali, contro le infinite forme di arbitrio che prevalgono nei giornali». Nello stesso anno la rivista divenne casa editrice pubblicando le collane i «Quaderni della Voce» e gli «Opuscoli della Voce». «La Voce» volle sempre accompagnare ma non confondere la cultura con la politica; ossia persuadere a considerare la ragione, l’esperienza, le scienze e la storia quali importanti condizioni del giudizio politico. Furono pubblicate analisi, inchieste, numeri unici sul problema del ruolo della classe intellettuale nella società italiana, sulla scuola, sulla questione meridionale.

Nel 1911 la rivista raggiunse una tiratura impensabile per un periodico culturale: 5.000 copie. Furono inaugurate rubriche satiriche e pungenti come «Caratteri», «Delizie indigene», «I discorsi dell’Egregio Collega», capaci di cogliere e fustigare i costumi dell’Italia di inizio Novecento. Di grande interesse fu anche la rubrica «Città e regioni», una serie di corrispondenze dalle province italiane. L’estrema varietà di opinioni dei collaboratori della rivista portò inevitabilmente a dissensi: chi auspicava e promuoveva un maggiore impegno politico, chi biasimava la prospettiva di diventare un organo di propaganda. In quegli anni inoltre furono feroci i contrasti, alcune volte conclusisi in aggressioni o risse, tra i vociani e i futuristi. Per consolidare finanziariamente la rivista, nel novembre del 1911, Prezzolini decise di fondare La Libreria della Voce, una casa editrice concepita come una cooperativa di autori, con sede in piazza Davanzati.

Il 1911 portò all’acuirsi dei contrasti fra i collaboratori soprattutto sulla questione della guerra italo-turca, detta anche guerra libica, anche se formalmente la Libia ancora non esisteva sulle carte geografiche. In particolare Salvemini aveva condotto una violenta campagna scrivendo contro «l’alluvione di menzogne con cui i nazionalisti rendevano popolare l’idea di conquistare la Libia, terra promessa, scatolone di sabbia dove gli Arabi ci aspettavano a braccia aperte». Prezzolini, d’altro canto, a guerra iniziata, affermò essere «un dovere di disciplina nazionale sacrificare le personali vedute dinanzi all’interesse pubblico». Così Salvemini nel dicembre del 1911 abbandonò «La Voce» per fondare «L’Unità». In seguito al suo allontanamento, nel 1912 il giornale passò sotto la direzione di Giovanni Papini, cambiando sostanzialmente la sua fisionomia e iniziando a subire più direttamente l’influenza del pensiero di Giovanni Gentile rispetto a quello crociano. Vennero annunciati nuovi obiettivi e delineati i nuovi propositi della pubblicazione: si decise di dedicarsi alla letteratura pura (come esplicitato nell’editoriale di Papini del 4 aprile 1912 intitolato Dacci oggi la nostra poesia quotidiana).

Il 31 ottobre 1912 la direzione tornò a Prezzolini che mantenne la linea editoriale decisa da Papini, allargando l’interesse ad ogni forma d’arte: «Essa pubblicherà non soltanto novelle, racconti, versi, non soltanto disegni originali e riproduzioni di quadri e di sculture, ma ogni forma di lirica, dal diario al frammento, dallo schizzo all’impressione. Purché ci sia vita». Egli stesso introdusse qualche articolo sul cinema, una forma espressiva di cui a quel tempo quasi nessun giornale scriveva, ma di cui intuì la portata rivoluzionaria e culturale. I rapporti con i collaboratori non furono più quelli di prima: il gruppo storico della cultura vociana si era disgregato irrimediabilmente. Papini e Soffici si allontanarono definitivamente nel 1913 per fondare la rivista «Lacerba», che ottenne ben presto un successo di vendite superiore a quello della rivista di Prezzolini.

Col numero di gennaio 1914 «La Voce» fu trasformata da foglio settimanale a fascicolo quindicinale, e divenne, come precisava il sottotitolo, «rivista d’idealismo militante». Prezzolini esaltò l’interventismo come estremo farmaco per un’Italia remissiva, come mito capace di muovere le masse e di modernizzare il Paese. Nel dicembre 1914 egli abbondonò la rivista che si scisse in due: «La Voce bianca» per il colore della copertina, con direttore Giuseppe De Robertis che ne fece una rivista esclusivamente letteraria a cadenza mensile; e «La Voce gialla», di taglio politico, diretta da Antonio De Viti De Marco e con sede a Roma, che durò dal maggio 1915 al dicembre dello stesso anno. Sulle pagine del periodico del De Robertis apparvero in questi anni i primi versi di quella leva di poeti e intellettuali che operarono una trasformazione profonda nella lirica italiana del primo Novecento come Giuseppe Ungaretti, Aldo Palazzeschi e Dino Campana. L’ultimo numero uscì il 28 novembre 1916.

 

Letture di approfondimento:

  • G. Prezzolini, La Voce 1908-1913. Cronaca, antologia e fortuna di una rivista, Milano, Rusconi, 1974.
  • «La Voce» 1908-2008. Atti del Convegno dedicato al centenario della rivista «La Voce», Firenze, Palazzo Medici Riccardi, 5-6 dicembre 2008, a cura di Sandro Gentili, Perugia, Morlacchi Editore, 2010.

Elenco dei link in ordine di citazione
(il loro funzionamento è stato verificato il 1° dicembre 2011):


Come citare questo articolo: Sara Mori, Dicembre 1908: esce «La Voce» di Prezzolini, in "Portale Storia di Firenze", Novembre 2016, http://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=dicembre-1908-esce-la-voce-di-prezzolini
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