Febbraio 1285: costruite le quattro principali porte dell’ultima cerchia di mura

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di Silvia Diacciati

 

 

Da da Hartmann Schedel, Liber chronicarum LXXXVII, Norimberga, 1493 (immagine tratta da “Historic cities. The Hebrew University of Jerusalem”, banca dati di antiche piante di città)

«Io lavoro indefessamente sul mio progetto di abbattimento delle mura (conservando però le porte), per creare un bel paesaggio con fabbricati intorno, come i boulevards di Parigi»; così Giuseppe Poggi scriveva al fratello nel 1864.

 

Iniziate a costruire nel febbraio del 1285 – stando al racconto dei cronisti furono allora fondate porta alla Croce, porta San Gallo, porta Faenza e porta al Prato –, le porte dell’ultima cerchia di mura si salvarono proprio grazie all’intervento di Poggi: divennero allora monumenti centrali di piazze i cui progetti nella maggioranza dei casi non furono portati a conclusione a causa della crisi economica conseguente all’improvviso spostamento della capitale a Roma.

L’inaspettata scelta di Firenze quale capitale del Regno d’Italia aveva dato vita a un gran fermento e alla necessità di adeguare la città alle esigenze connaturate al suo nuovo ruolo. Nel 1864 la commissione comunale incaricata dei lavori di risanamento e ingrandimento aveva così scelto Poggi per il progetto più importante tra quelli previsti, vale a dire lo studio di un grande viale da costruire al posto delle mura. Esse erano da tempo tollerate a fatica: mantenevano viva una forma di emarginazione nei confronti di chi abitava al di fuori delle porte, mentre la loro imponenza mal si adattava al decoro dei villini in costruzione; la loro demolizione avrebbe invece favorito uno sviluppo più armonico tra la vecchia e la nuova città. Nel 1864 la cinta muraria che aveva protetto Firenze per cinquecento anni venne così abbattuta senza alcuna obiezione.

Essa era la seconda realizzata in epoca comunale e, probabilmente, la terza dai tempi della colonia romana. Secondo i racconti cronachistici, in realtà, la città sarebbe stata protetta da almeno altre tre cerchia di mura: una costruita in una data imprecisabile tra III e VI secolo, dopo che la cinta di età augustea era stata in gran parte demolita dall’espansione urbana; una seconda edificata in seguito alla ripresa demografica ed economica che la città conobbe in età carolingia, e una terza realizzata tra X e XI secolo. L’incertezza relativa ai tracciati e le evanescenti prove archeologiche spingono tuttavia a pensare che il percorso delle mura sia rimasto in generale quello dell’epoca augustea fino alla cinta comunale del XII secolo: per oltre un millennio, più che a fondare nuove cerchie, si procedette al restauro e al riadattamento di quelle preesistenti. Era perciò possibile vedere lungo la cinta torri rotonde dell’epoca romana, così come torri ben più recenti a pianta rettangolare o quadrata.

 

Matteo Florimi, Pianta prospettica incisa su rame, derivazione della pianta del Buonsignori, 1600 circa (immagine tratta dall’“Archivio carte antiche” dell’Istituto Geografico Militare, banca dati on line)

Questa cerchia protesse Firenze fino agli anni Settanta del XII secolo quando, in periodo di pieno conflitto tra Impero e Comuni, di fronte alla minaccia di un attacco da parte delle truppe di Federico Barbarossa, la città fu costretta a realizzare in gran fretta nuove mura che inglobassero anche i borghi cresciuti nel corso del secolo al di fuori della ormai vecchia cinta. Dai circa 21 ettari si passò a una superficie di 85, che sarebbero divenuti ben 436 con l’ultima cerchia, costruita con grande dispendio di denaro e di manodopera tra 1285 e 1333.

 

In piena crescita economica e demografica, Firenze era allora una delle grandi metropoli del tempo e fu dunque circondata da uno dei più estesi circuiti murari d’Europa. In realtà, all’interno delle nuove mura erano stati lasciati ampi spazi non edificati: i governanti cittadini, sulla base di una fondata previsione di ulteriore crescita, avevano optato per una soluzione lungimirante che avrebbe evitato la necessità di costruire nuove difese nel giro di pochi anni. E in effetti queste aree sarebbero rimaste a lungo libere, anche se non per merito dei corretti calcoli dei costruttori: furono le pestilenze che flagellarono la città a partire dal 1348 a interrompere quell’incontrollato sviluppo edilizio che Firenze aveva fino ad allora conosciuto, e fu solo con la crescita del XIX secolo che nuovi spazi si resero nuovamente necessari.

Per la costruzione delle nuove mura i fiorentini probabilmente si affidarono a uno dei migliori architetti allora in circolazione, Arnolfo di Cambio. Benché la paternità del progetto non sia certa né documentabile, è infatti verosimile il suo coinvolgimento: l’importanza dell’iniziativa era tale che anche negli anni successivi ci si rivolse sempre a personalità di spicco per la direzione dell’opera, quali Giotto e Andrea Pisano.

A lavori conclusi, lungo i circa nove chilometri di perimetro si aprivano maestose porte che garantivano l’accesso alla città e qualche postierla minore, intervallate da una settantina di possenti e alte torri. Le porte, sormontate anch’esse da elevate torri, erano precedute dall’antiporto, una struttura in muratura sorretta da una o due arcate che scavalcavano l’ampio fossato scavato intorno alla cinta, in alcune zone lasciato a secco, in altre riempito con le acque del fiume Mugnone. Il ponte su cui s’innalzava l’antiporto si collegava poi tramite un’altra arcata alla strada esterna che dalle mura conduceva nel territorio circostante. Le mura mantennero questo aspetto fino agli anni Venti del Cinquecento, quando le nuove tecniche militari resero indispensabile il loro adeguamento a protezione della città. Un’ispezione alle difese cittadine cui prese parte lo stesso Machiavelli portò alla decisione di abbassare le torri e le cortine affinché non offrissero facile bersaglio alle artiglierie nemiche e potessero allo stesso tempo ospitare le artiglierie da difesa. In quegli anni le porte furono quindi trasformate in cannoniere, contrafforti rafforzarono le mura e bastioni furono costruiti in punti particolarmente delicati su progetti di Michelangelo, Antonio da San Gallo e, qualche decennio più tardi, di Bernardo Buontalenti. Dopo l’assedio del 1529 e il ritorno definitivo dei Medici al potere, le fortificazioni vennero ammodernate, ma ormai più in funzione di repressione interna e di difesa del duca da possibili colpi di mano che di protezione contro eventuali nemici esterni. Ai tempi del Granducato le mura avevano ormai perso definitivamente la loro funzione difensiva: da allora esse servirono come cinta daziaria della città o, in qualche caso, come barriera contro le alluvioni; i bastioni furono a poco a poco smantellati, le torri divennero talvolta fienili o depositi e nell’alveo dei fossati furono ricavate le cisterne per le ghiacciaie.

 

Giuseppe Zocchi, L’Arno all’altezza della Pescaia di San Niccolò (una delle 25 vedute realizzate a partire dal 1744)

In realtà anche in precedenza la funzione difensiva era stata solo una tra quelle svolte dalle mura. Il circuito murario fungeva anche da confine giuridico, fiscale ed economico. Le porte, ad esempio, erano luogo di controllo delle merci e di riscossione di dazi e gabelle; garantivano l’accesso in città ma non a qualsiasi ora della notte e del giorno: al calar della sera esse erano infatti chiuse per essere riaperte all’alba, prassi che sarebbe durata fino al XIX secolo. Soprattutto, tuttavia, le mura delineavano e identificavano la città: erano il confine che la separava dal territorio circostante, definendo in tal modo un spazio politico e religioso unitario. I suoi abitanti, i cives, godevano di uno status giuridico che li distingueva da chi abitava nel territorio esterno e che contribuiva dunque a creare un sentimento collettivo di appartenenza e d’identità civica. Non casualmente, nel caso di sconfitta, i nemici provvedevano ad abbattere le mura: questo atto di sfregio non solo disarmava gli sconfitti, obbligandoli a gravosi dispendi di energie e denaro per la ricostruzione, ma rappresentava simbolicamente anche la distruzione dell’integrità politica e morale della città.

 

Nella chiave di volta sull’arco delle porte trovava dunque posto il giglio di Firenze e ai suoi lati erano posizionati due scudi decorati con armi cittadine, ad esempio con quelle del Popolo e della Parte Guelfa. Sul muro al di sopra della porta, invece, due ricchi tabernacoli ospitavano le statue di altrettanti marzocchi (ancora oggi visibili su porta San Gallo), uno rappresentato nell’atto di proteggere un toro, l’altro nell’atto di dilaniarlo. Il messaggio era chiaro: Firenze proteggeva i propri abitanti e i loro amici, annientava i propri nemici. Il Comune poneva quindi grande cura nella manutenzione della cerchia muraria, affidandole anche messaggi ‘propagandistici’ e apotropaici. Visto l’alto costo dei materiali e della manodopera necessaria per consolidare le capacità difensive, infatti, non si esitava neppure a disturbare la corte celeste e ad affidare la cura delle porte alla Vergine e ai santi. Le due principali porte cittadine poste lungo l’asse nord-sud, porta San Gallo e porta Romana, erano così decorate da due gruppi scultorei rappresentanti la Madonna e Santi, soggetti che si trovavano poi affrescati nelle lunette interne di tutte le porte a protezione delle mura e della città, ma anche di ammonimento contro eventuali assedianti.

Né la Vergine né i santi protettori di Firenze, tuttavia, riuscirono a soccorrere le mura, bersaglio principale del progetto di Giuseppe Poggi. A distruggerle non furono stavolta dei nemici vittoriosi, ma gli stessi fiorentini, e mentre nel 1299 una cerimonia solenne aveva assistito alla posa della prima pietra nel prato di Ognissanti, con la benedizione del vescovo di Firenze e di quello di Fiesole e con la partecipazione di prelati e religiosi, di tutti i magistrati e di innumerevoli cittadini, nessuno prestò attenzione al loro abbattimento, se non gli operai che posizionarono le mine e finirono il lavoro a colpi di piccone.

 

Bibliografia:

  • R. Manetti, M.C. Pozzana, Firenze: le porte dell’ultima cerchia di mura, Firenze, Clusf, 1979

  • R. Manetti, Le città del Poggi, in Giuseppe Poggi e Firenze. Disegni di architetture e città, Firenze, Alinea, 1989, pp. 33-56

  • A. Rinaldi, R. Manetti, M.C. Pozzana, Sul limitare della città: storia e vita delle mura urbane a Firenze tra Seicento e Ottocento, Pisa, Edifir, 2008

  • E. Scampoli, Firenze, archeologia di una città (secoli I a.C – XIII d.C.), Firenze, Firenze University Press, 2010

 

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Come citare questo articolo: Silvia Diacciati, Febbraio 1285: costruite le quattro principali porte dell’ultima cerchia di mura, in "Portale Storia di Firenze", Febbraio 2014, http://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=febbraio-1285-costruite-le-quattro-principali-porte-ultima-cerchia-di-mura
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