Giugno 1313: Giovanni Boccaccio

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di Stefano Zamponi (Università di Firenze)

[Le parole evidenziate nel testo rinviano a link esterni elencati in fondo alla pagina]

 

La più antica immagine di Giovanni Boccaccio, seconda metà del sec. XIV. Firenze, Antica sede dell’Arte dei Giudici e Notai, Via del Proconsolo 16 rosso

Giovanni Boccaccio nacque fra il giugno e il luglio del 1313 a Certaldo o a Firenze, anche se, quando dichiara la propria origine, si dichiara sempre “de Certaldo”, indicando in tal modo il luogo natale del padre e della famiglia. Nato fuori dal matrimonio (della madre niente sappiamo), fu riconosciuto e allevato dal padre, il mercante Boccaccio di Chiellino.

 

Dopo una prima formazione scolastica a Firenze, sotto Giovanni Mazzuoli da Strada, nel 1327, a 14 anni, si trasferì a Napoli, seguendo il padre che era agente della potente compagnia dei Bardi, e Napoli rimase per tutti gli anni della giovinezza e prima maturità, fino al 1340. Introdotto alla corte del re Roberto d’Angiò, di cui il padre dal 1328 fu consigliere, venne in contatto con una cultura cosmopolita, alta e varia (dalla poesia cortese cara agli Angioini, in lingua d’oc e d’oil, allo Studium giuridico), in cui maturò una tenacissima vocazione verso l’attività letteraria, contro cui inutilmente cozzarono le aspettative paterne, che l’aveva prima indirizzato alla mercatura, poi allo studio del diritto canonico. Nella cerchia napoletana degli amici e corrispondenti del Petrarca (riunita intorno a Dionigi da Borgo San Sepolcro) probabilmente si definì quel culto verso Petrarca (poi trasformatosi in conoscenza diretta e amicizia) che caratterizzò tutta la vita di Boccaccio (un primo tentativo di contatto epistolare risale al 1339). La conoscenza di dotti quali l’astronomo Andalò del Negro, Paolo da Perugia e il monaco calabrese Barlaam, primo tramite verso la cultura greca, la ricchezza delle biblioteche presenti in città sono testimoniate da un grande zibaldone autografo, ora smembrato in due volumi (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, pluteo 29.8 e 33.31), in cui Boccaccio copiò numerose opere latine che veniva studiando, affiancandole con i suoi primi esperimenti letterari in latino, quali l’Elegia di Costanza e l’Allegoria mitologica (databili alla fine del periodo napoletano). Contemporaneamente sul versante volgare le prime sperimentazioni letterarie sono rappresentate dal Filocolo, il Filostrato e la Caccia di Diana.

 

Casa in cui Boccaccio si ritirò e morì nel 1375 (Via Boccaccio 18, Certaldo Alto)

Verso la fine del 1340, in conseguenza del dissesto finanziario della compagnia dei Bardi e del mutato clima politico fra Firenze e Roberto d’Angiò, Boccaccio dovette tornare nella città della sua infanzia, che inizialmente gli parve povera di attrattive rispetto a Napoli. Seguirono alcuni anni di lenta acquisizione dei valori culturali e civili fiorentini, testimoniata dalle opere del decennio 1341-1350, che culminano con la prima stesura del Decameron, l’opera per la quale Boccaccio è universalmente noto. Nel Decameron, come è stato scritto, è rappresentata la “commedia umana” della società comunale: essa è restituita in quella immagine vitale, dinamica, che da almeno un secolo caratterizzava Firenze e le più attive città toscane, cioè nella straordinaria vicenda di un ceto mercantile che era andato alla conquista dell’Europa e dei paesi del Mediterraneo. Attraverso le novelle delle dieci giornate si delinea un itinerario ideale che va dal biasimo dei vizi alla esaltazione della virtù, passando attraverso le prove imposte dalle grandi forze che muovono il mondo, soprattutto fortuna, amore, ingegno.

 

Il Decameron, composto dopo la peste del 1348, in cui morirono la matrigna e il padre di Boccaccio (che divenne il capo della sua famiglia), rappresenta anche il punto di arrivo di una larga sperimentazione letteraria, di un’attività creativa in cui Boccaccio aveva dato forma a modelli e spunti tratti dalla cultura classica e dalla giovane, ma già importante letteratura volgare, che in un secolo o poco più s’era già fatta adulta e matura, con la Commedia di Dante, con le sue quindici canzoni, con la Vita nova, con i Rerum vulgarium fragmenta (libro fatto di frammenti) di Petrarca; e queste opere notissime emergono da panorama letterario che si distende anche sul versante comico e in una tradizione di prosa didattica, parenetica, scientifica, che vede forse il suo apice più significativo in una grande campagna di volgarizzamenti dal latino e dal francese intrapresa a Firenze nei primi trenta anni del Trecento. Questi erano i campi dissodati e fertili della letteratura volgare. Non pochi altri ne rimanevano intatti. Il Boccaccio, guardando alla letteratura latina classica e, per quanto poté farsene un’idea, alla letteratura greca, procurò di trasferire altri generi al volgare, non tanto trasportandoli di peso, come si può dire del Teseida, così aderente al modello epico della Tebaide di Stazio, ma genialmente ricreandoli e trasformandoli. Ecco così la bucolica virgiliana e teocritea fatta rivivere in altra forma nella Comedìa delle ninfe fiorentine; ecco l’elegia e l’epistola ovidiana che dà luogo, in prosa, all’Elegia di madonna Fiammetta, spesso definito come il primo romanzo psicologico moderno; ecco la favola mitologica, trasferita dall’esteso poema delle Metamorfosi d’Ovidio nel poemetto del Ninfale fiesolano, che è anche celebrazione delle origini di Fiesole e quindi di Firenze. Dal 1341 al 1375, anno della morte che lo colse nella sua casa di Certaldo, Boccaccio visse prevalentemente a Firenze, eccetto brevi periodi in cui cercò sistemazione altrove (la Romagna, Napoli); dopo il 1361 divennero più frequenti ed estesi i soggiorni a Certaldo, dove si ritirò definitivamente nel 1373, quando la salute declinava rapidamente.

 

Aristotele, Etica Nicomachea, con il commento di Tommaso d’Aquino copiato sui margini da Boccaccio, che appone in fine la sua sottoscrizione in latino (Milano, Biblioteca Ambrosiana, ms. A 204 inf., f. 86v.)

Nei versi latini che compose per la sua tomba: «Hac sub mole iacent cineres ac ossa Iohannis, / Mens sedet ante Deum meritis ornata laborum / Mortalis vite; genitor Boccaccius illi, / Patria Certaldum, studium fuit alma poesis» (Sotto questo sasso giacciono le ceneri e le ossa di Giovanni, la mente siede davanti a Dio, fatta bella dalle sofferenze della vita mortale; padre gli fu Boccaccio, patria Certaldo, amore l’alma poesia) sono messi in evidenza gli aspetti fondamentali di una vita, le difficoltà dell’esistenza (labores) e la passione esclusiva (studium) per la poesia.

 

Boccaccio non ebbe vita facile e serena: questa è sua ferma convinzione. Alla quale tuttavia non mancano riscontri: sofferenza del corpo, appesantito da obesità, forse da idropisia, e tormentato dalla scabbia; frustrazione e umiliazione nella ricerca di un’agiata sistemazione presso un patrono, che gli permettesse di dedicarsi senza affanno all’innata vocazione poetica. I soggiorni in Romagna (terra ricca di memorie dantesche), a Ravenna presso Ostasio da Polenta (1345-46) e a Forlì presso Francesco degli Orderlaffi (1347), ma soprattutto i tentativi di sistemazione a Napoli, nel 1362-1363 contando sui buoni uffici di Niccolò Acciaiuoli, e poi ancora nel 1370, rispondono a questa esigenza di una sistemazione serena, che dovette invece convivere col quotidiano impegno familiare, mercantile e civile d’un laico cittadino del comune di Firenze, che, senza conoscere l’indigenza, non visse mai di rendita, nemmeno quando infine assunse lo stato clericale. In ciò il Boccaccio fu assai più vicino al laico Dante, sua primo ispiratore, che al chierico Francesco Petrarca, ricco di rendite e benefici ecclesiastici; cui pure si legò in vincoli di amicale e pubblico discepolato. Lo schema su cui dispone il Trattatello in laude di Dante, cioè l’essere stato, l’Alighieri, poeta supremo nonostante gl’impedimenti della passione amorosa, i vincoli e obblighi familiari e l’impegno politico e conseguente esilio, si può nella sostanza applicare anche a Boccaccio; meno l’esilio, anche se il progressivo ritiro dalla città nella piccola patria di Certaldo ha un qualche sapore dell’esilio, dopo la fallita congiura del dicembre 1360 che vide coinvolti numerosi amici di Boccaccio.

 

Lettera di Giovanni Boccaccio a Leonardo del Chiaro in Avignone, datata 20 maggio 1366. In fine la firma nella forma “Giovanni di Boccaccio” (Archivio di Stato di Perugia, Carte del Chiaro)

In questa esistenza non facile, dunque, si svolse l’irremovibile vocazione alla poesia, alla quale il Boccaccio dichiara di sentirsi nato. Non si intenda ‘poesia’ nel senso odierno, ma nel senso largo che è proprio alla sua età e alla sua cultura e che risponde piuttosto al nostro concetto di letteratura e attività letteraria, ma animata d’un fuoco e d’un valore alto e assoluto, che induce lui e la cultura coeva a accostarvi l’attributo “sacra”, apparentandola al culto divino.

 

Dagli anni ’50, nella Firenze che si rifioriva dopo la peste, il ruolo di Boccaccio, la sua funzione di intellettuale, si allarga e in parte cambia di natura. In primo luogo si possono segnalare gli incarichi elettivi presso i pubblici uffici e le numerose e importanti ambascerie che lo porteranno in Romagna, nel Tirolo, ad Avignone, nel regno napoletano, in Lombardia. Con questa attività Boccaccio si inserisce in una illustre tradizione civica fiorentina, che aveva già visto importanti figure di letterati assumere incarichi politici e rappresentare la città all’esterno (ricordo, per la generazione appena precedente Boccaccio, il notaio, traduttore e commentatore dantesco Andrea Lancia). D’altra parte il rapporto sempre più intenso con il dottissimo Petrarca, allora acclamato nell’intera Europa, il lavoro sempre più serrato sulla cultura e sulla tradizione classica finiscono per assolvere, nel circolo dei dotti che si riuniva intorno a Boccaccio, e che troverà infine ospitalità presso gli agostiniani di Santo Spirito, una funzione che travalica l’orizzonte (pure importantissimo) di restauro della civiltà classica, per ricoprire anche una funzione civile, nella prospettiva di una Firenze come centro di una rinnovata e più ampia cultura, saldamente bilingue (volgare e latina), ma non ignara delle prime aperture al mondo greco (Boccaccio chiamò a Firenze e ospitò presso di sé Leonzio Pilato, che insegnò greco allo Studio e tradusse Omero e Euripide).

Solo in latino e di respiro europeo sono la grande trattazione mitologica della Genealogia deorum gentilium, che dà fondamento e avvio dell’ala erudita dell’Umanesimo, e accanto a questa il dizionario geografico De montibus, silvis etc., chiave di quella geografia che, come la mitologia, popola spesso in modo allusivo la letteratura classica, e ancora la rassegna di uomini e donne illustri nel De casibus virorum illustrium e nel De mulieribus claris. Di questa erudizione classica elettivamente in latino una parte non trascurabile rifluirà, espressa in volgare, nell’ultima e incompiuta fatica, l’Esposizioni sopra la Commedia di Dante.

Una terza direzione in cui si dispiega la passione per la sacra poesia, chiaramente innervata dei valori civici cittadini, si realizza nella trascrizione ordinata, oggi diremmo nell’edizione, di opere in volgare di Dante, munite di tutti gli opportuni testi di corredo. Boccaccio copiò più volte (si ipotizza almeno 4) la Commedia e altri testi danteschi e tre codici di questa immane fatica sono conservati (uno di essi comprende anche Petrarca e Cavalcanti). Non occorre certo, in questa sede, ripercorrere queste vicende ed enumerare tutti i testi che affiancano la Commedia, ma bisogna segnalare che la biografia denominata Trattatello in laude di Dante, così come l’incarico di leggere Dante ricevuto dal Comune di Firenze nel 1373 vanno nella direzione di un ideale panteon cittadino di uomini illustri, a cui Boccaccio stesso, non ignaro del suo valore, probabilmente sperava di aggregarsi. Una cultura umanistica e civica che oggi, per noi, acquista maggiore leggibilità se iscritta nella prospettiva dell’attività letteraria e politica di colui che a Firenze accolse e sviluppò l’umanesimo boccacciano, il teorizzatore della Florentina libertas, il cancelliere della repubblica Coluccio Salutati.

 

Letture di approfondimento

  • Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, a cura di V. Branca, voll. 1-10, Milano, Mondadori, 1967-1998.
  • Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di A. Quondam, M. Fiorilla e G. Alfano, Milano, Rizzoli, 2013 (BUR Classici), con bibliografia aggiornata al 2013.
  • V. Branca, Giovanni Boccaccio. Profilo biografico, Firenze, Sansoni 1997 (nuova ed. aggiornata; 1a ed. 1977).
  • Decameron ipertestuali: italianoinglese
  • Sito delle iniziative connesse al VII centenario della nascita di Giovanni Boccaccio
  • Sito dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio

Elenco dei link in ordine di citazione (il loro funzionamento è stato verificato il 1° giugno 2013):

 


Come citare questo articolo: Stefano Zamponi, Giugno 1313: Giovanni Boccaccio, in "Portale Storia di Firenze", Giugno 2013, http://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=giugno-1313-giovanni-boccaccio
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