Novembre 1618: la progettazione e l’ampliamento di Palazzo e Piazza Pitti.

Immagine di copertina:

La facciata di Palazzo Pitti rivolta verso il giardino di Boboli



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di Daniela Smalzi (Università di Firenze)

[Le parole evidenziate nel testo rinviano a link esterni elencati in fondo alla pagina]

 

La facciata di Palazzo Pitti rivolta verso il giardino di Boboli

Il 25 novembre 1618 Giulio Parigi, architetto-scenografo della corte medicea della prima metà del Seicento, intraprende la realizzazione della sua opera di maggior respiro: l’ampliamento della reggia granducale di palazzo Pitti. A quell’epoca la facciata ‘urbana’ dell’edificio, ovvero quella rivolta verso la città e prospiciente la piazza, si estendeva ai soli sette assi di aperture dell’impianto quattrocentesco voluto da Luca Pitti (fig. 2) e ritenuto – sulla scorta del Vasari – un’opera brunelleschiana: gli interventi tardo cinquecenteschi di Bartolomeo Ammannati si erano infatti attestati alla progettazione del prospetto verso il giardino con la realizzazione del grande cortile (fig. 1), lasciando inalterato l’aspetto ‘pubblico’ del palazzo: l’ampliamento seicentesco iniziato da Giulio Parigi alle soglie degli anni Venti e portato a termine dal figlio Alfonso negli anni Quaranta, raggiungerà invece l’estensione di ventitre assi di finestre, andando così a definire lo sviluppo longitudinale della reggia granducale come tutt’oggi si vede (fig. 4).

 

Secondo la registrazione del prezioso Taccuino di famiglia, conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, l’incarico progettuale venne dunque affidato al Parigi dallo stesso granduca regnante, Cosimo II, attraverso un vero e proprio concorso progettuale indetto nel 1616: Ricordo di Giulio Parigi, come a dì 25 di novembre 1618, il giorno di Santa Caterina, dal Serenissimo Granduca di Toscana Cosimo Secondo mi fu ordinato cominciare la nuova fabbrica e aggiunta del palazzo de’ Pitti dalla parte di tramontana. E 2 anni avanti ne aveva fatto fare modelli a tutti li architetti di Fiorenza; e fu eletto il mio di comune consenso de’ principi e gentiluomini (BNCF, Palatino 853, c. 55r).

 

Giusto Utens, Lunetta del ‘Belveder con Pitti’.

In realtà il silenzio delle fonti documentarie mette in dubbio l’effettiva esistenza di un concorso ‘pubblico’ (cosa confermata anche dall’annotazione del diario di corte dell’aiutante di camera Cesare Tinghi), sebbene l’arco temporale piuttosto dilatato – due anni – appare verosimile per la messa a punto e l’attenta pianificazione di un edificio divenuto oramai sede della reggia e quindi simbolo del potere mediceo.

 

Del resto fin dal tardo Cinquecento si erano succedute numerose proposte progettuali per la definizione formale ed estetica di piazza e palazzo, in attento dialogo fra il mondo dell’architettura, dell’arte e degli apparati effimeri, la cui testimonianza più celebre è costituita dai disegni buontalentiani conservati presso il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze. Il progetto di Giulio Parigi si pone quindi all’interno di un processo avviato fin dai tempi del granduca Francesco I, che non si esaurisce con le vere e proprie realizzazioni della prima metà del Seicento, ma continua nel corso degli anni attraverso i progetti irrealizzati di Pietro da Cortona, Giacinto Maria Marmi e Paolo Falconieri, e che prosegue con gli ampliamenti dei rondò di Giuseppe Ruggieri, Gaspare Maria Paoletti e Pasquale Poccianti fra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento.

È comunque fra il novembre e il dicembre del 1618 che iniziano i veri e propri lavori al palazzo: … et fatto detta fossa et buca si cominciò detta parte di palazzo della parte di tramontana a manritta per ispazio di braccia centocinque in otto finestre, lavorate di bozzi, come è la facciata vecchia con cantine profonde (BNCF, Capponi, 261/2, c. 247v).

 

Foto aerea di palazzo Pitti.

Le parole di Cesare Tinghi ci informano su come il cantiere prenda avvio dallo scavo delle fondazioni dell’ala verso Santa Felicita, lungo circa 61 metri, per una dimensione pari a otto assi di finestre (che andavano così ad aggiungersi alla precedente stecca quattrocentesca di sette assi di finestre). Le operazioni di fondazione si protrassero per diversi mesi, poiché cavandi detta terra molte braccia sotto, [fu] trovato una cava di pietra forte (BNCF, Capponi, 261/2, c. 247v): tutt’oggi sono visibili le tracce di tale vena di pietraforte nelle cantine dei depositi della Galleria Palatina, dove le rocce affioranti conservano ancora i segni degli scalpellini del cantiere seicentesco. La cerimonia ufficiale della posa della prima pietra (per l’elevazione delle strutture murarie) avvenne infatti ad un anno e mezzo di distanza dall’inizio dei lavori: …a dì 29 di maggio 1620 in venerdì giorno di S. Massimo vescovo e confessore a ore 14 e minuti 11 previsto tanto felice a questa fabbrica come a basso si vedeva nella dissertitione della forma celeste fatta da Giovanni Peroni cosmografo di S.A.S. e matematico, e perché il Serenissimo Granduca Nostro Padrone era in letto malato di febbre, per dare principio et mettere la prima pietra fu bisogno condurgli a letto la lapida prima di marmo con la calcina et di sua mano mettervela et fu fatto in questa maniera. Fu messa in su una barella di legno, et portata da quattro fillioli di Giulio Parigi ingegnere et dal clarissimo senatore Girolamo Guicciardini soprintendente. Preso una cazzuola di calcina et data in mano a S.A.S. la distese sopra detta pietra, et così fu da detti portata via al luogo destinato in fondo de fondamenti in sul cantone di detta fabbrica di verso tramontana a man dritta che riguarda verso il monastero di Santa Felicita, cioè in sul cantone principale di detta muraglia (BNCF, Capponi, 261/2, c. 247v).

 

Per quanto concerne la piazza, recenti contributi scientifici hanno evidenziato come la strategia fondiaria messa in atto dal granduca Cosimo II e dal suo architetto di corte Giulio Parigi prenda avvio dall’acquisizione delle proprietà immobiliari site al limite estremo dell’erigendo complesso urbano, tramite l’acquisto di case da demolire per ‘far piazza’: l’estensione globale e definitiva dell’invaso spaziale è stata dunque definita a priori, sottendendo un progetto unitario per piazza e palazzo. Anche la progettazione della reggia è infatti frutto di una volontà programmatica: lasciando inalterato l’ingresso del palazzo e realizzando interamente l’ala settentrionale, Giulio Parigi ipoteca l’ampliamento meridionale di palazzo (e piazza) con un necessario raddoppio, simmetrico e speculare rispetto all’aggiunta di tramontana. Giulio, inoltre, fissa le proprie direttive progettuali per il completamento del palazzo tramite un modello ligneo commissionato nell’autunno del 1629 al legnaiolo Domenico Niccoli e decorato dal pittore Giovanni Perli.

 

Facciata verso la piazza di Palazzo Pitti

Il cantiere per l’aggiunta di Santa Felicita si prolungò ancora per svariati mesi, terminando definitivamente all’inizio degli anni Trenta, quando la crisi economica e sociale causata dalle successive ondate di carestie e pestilenze indusse il neo-granduca Ferdinando II a intraprendere immediatamente il progetto di completamento programmato da Giulio Parigi per l’ala di San Felice in Piazza: toccherà al figlio Alfonso completare il lavoro lasciato incompiuto dal padre a causa della sua malattia e morte nel 1635.

 

È dunque nella seconda decade del Seicento che si arriva alla concretizzazione del percorso ideativo volto a dare risposte effettive alle esigenze abitative, funzionali e cerimoniali che sempre più si andavano palesando alla corte medicea di inizio secolo: architetto e committente progettarono e diedero avvio ad un complesso edilizio che andava al di là della semplice composizione a scala architettonica, coinvolgendo tutto l’intorno urbano. La nuova reggia era infatti in grado di incidere sulla topografia della capitale attraverso la proposizione di una nuova spazialità, fortemente estesa, in grado di proporsi come una assoluta novità in ambito fiorentino, andando così a confrontarsi con le contemporanee realizzazioni romane e le coeve capitali dinastiche, in una convergenza di esigenze, ambizioni ed interessi architettonico-urbanistici.

Con gli interventi di Giulio e Alfonso Parigi l’originaria estensione spaziale della piazza viene infatti triplicata (fig. 3) e, con essa, la facciata del palazzo granducale che assume come proprio elemento caratterizzante la dilatazione lineare dell’antico impianto quattrocentesco. È dunque la facies più antica del palazzo, quella ritenuta ‘brunelleschiana’ ad essere scelta come motivo di esaltazione dinastica per la definizione formale della reggia: il bugnato rustico, adottato estensivamente e senza soluzione di continuità per i sedici assi aggiunti alla facciata quattrocentesca, diventa la vera ‘cifra medicea’ che continuerà ad essere evocata anche nei secoli successivi come vera e propria matrice autoctona fiorentina.

 

Bibliografia di riferimento

  • S. Bertelli, R. Pasta (a cura di), Vivere a Pitti. Una reggia dai Medici ai Savoia, Firenze, Olschki, 2003
  • Palazzo Pitti, in “Opus incertum”, I (2006), n. 1, pp. 1-97
  • M. Bevilacqua, Palazzo Pitti, in M. Bevilacqua, G.C. Romby (a cura di), Atlante del Barocco in Italia. Toscana. I: Firenze e il Granducato. Province di Grosseto, Livorno, Pisa, Pistoia, Prato, Siena, Roma, De Luca Editore, 2007, pp. 402-405
  • D. Smalzi, Giulio Parigi Architetto di Corte: la progettazione dell’ampliamento di palazzo e piazza Pitti, in M. Bevilacqua (a cura di), Atlante del barocco in Italia. Architetti e costruttori del barocco in Toscana, Roma, De Luca Editore, 2010, pp. 69-87

 

Elenco dei link in ordine di citazione (il loro funzionamento è stato verificato il 15 ottobre 2014)


Come citare questo articolo: Daniela Smalzi, Novembre 1618: la progettazione e l’ampliamento di Palazzo e Piazza Pitti., in "Portale Storia di Firenze", Novembre 2017, http://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=novembre-1618-la-progettazione-e-l%E2%80%99ampliamento-di-palazzo-e-piazza-pitti
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