Novembre 1966: a cinquanta anni dall’alluvione di Firenze

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Litografia di Muzzi e Borrani della piena dell'Arno del 3 novembre 1844. Immagine tratta dal sito dell’Archivio Storico del Comune di Firenze



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di Francesco Salvestrini (Università di Firenze)

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Olio su tela dell'alluvione del 1844 al canto degli Alberti. Immagine tratta dal sito dell’Archivio Storico del Comune di Firenze

Olio su tela dell’alluvione del 1844 al canto degli Alberti. Immagine tratta dal sito dell’Archivio Storico del Comune di Firenze

Il fiume Arno è sempre stato soggetto ad alterazioni stagionali dovute alla sua natura marcatamente torrentizia. A Firenze la portata del corso d’acqua si aggira attualmente intorno ai 50-60 mc al secondo (una minima di 5 mc in agosto e una massima di 105-110 in gennaio-febbraio), a fronte di una capacità dell’alveo stimabile dai 1700 ai 1800 mc. Tuttavia, in occasione di piogge eccezionali, come quelle del novembre 1966, si sono potuti raggiungere i 2500 mc al secondo.

Per l’età classica non si ha memoria di alluvioni particolarmente disastrose in relazione alla superficie dell’antica Florentia. La scarsa presenza di insediamenti lungo le sponde, nonché l’esistenza del Bisarno a nord-est dell’abitato fecero sì che le esondazioni autunnali o primaverili non provocassero danni degni di menzione. La situazione cambiò radicalmente allorché la città iniziò a crescere in direzione del corso d’acqua, estendendosi addirittura su entrambe le sue rive. Ciò avvenne soprattutto dopo l’anno Mille, allorché la ripresa demografica successiva alla crisi tardoantica fece di Firenze un centro di intensa immigrazione proveniente soprattutto dalle campagne del circondario. Da allora l’Arno cominciò a comparire nelle testimonianze dei cronisti, che ne parlarono quasi solo per ricordare le sempre più frequenti e pericolose ‘invasioni’. La prima piena documentata da tutti i memorialisti (Ricordano Malispini, Giovanni Villani, Simone della Tosa), a seguito della quale fu abbattuto il Ponte Vecchio, fu quella verificatasi nel 1177. Sappiamo, poi, che una successiva inondazione colpì la città nell’autunno del 1269. Altre alluvioni sono documentate dai narratori per gli anni Ottanta del Duecento e per il primo decennio del Trecento. I fiorentini impararono, dunque, a dover fronteggiare sia le vere e proprie inondazioni, sia le cosiddette piene, cioè i momentanei ma spesso massicci rigonfiamenti del fiume. Questi ultimi, anche se non determinavano la tracimazione dagli argini, provocavano, comunque, danni importanti. Essi furono destinati a farsi progressivamente più gravi dopo la realizzazione delle due grandi pescaie che serravano, in continuità con la cinta muraria, l’intero spazio urbano distribuito sulle due sponde.

In piena età comunale (XIII-XIV secolo) i massicci disboscamenti che interessarono l’Appennino e le vicine alture del Pratomagno sia allo scopo di estendere pascoli e spazi coltivati, sia per far affluire il legname da opera, causarono l’espoliazione di molti soprassuoli e il conseguente dilavamento delle acque meteoriche. Le autorità comunali cercarono di imporre la manutenzione di argini, ponti e canali, la regimazione delle acque reflue e degli scarichi, il controllo delle murature poste a ridosso del fiume. Tuttavia i cittadini, dipendenti dallo sfruttamento economico del medesimo, non potevano liberarne completamente il letto dai tanti manufatti (mulini, gualchiere, pescaie, steccaie, pontili) che si opponevano alla corrente. Le autorità pubbliche, strette tra i bisogni del vivere quotidiano ed una meno urgente necessità di sicurezza, preferirono lasciar proliferare le citate costruzioni.

Veduta del fiume Arno nel tratto compreso tra la pescaia di S. Niccolò e il Ponte Vecchio (metà XIX sec.). Immagine tratta dal sito dell’Archivio Storico del Comune di Firenze

Veduta del fiume Arno nel tratto compreso tra la pescaia di S. Niccolò e il Ponte Vecchio (metà XIX sec.). Immagine tratta dal sito dell’Archivio Storico del Comune di Firenze

Stando alle fonti narrative e documentarie, la prima grande alluvione che sconvolse in maniera grave la città, meritando l’emblematico appellativo di «diluvio», fu quella che si verificò nell’autunno del 1333. I fatti sono raccontati con dovizia di particolari dal cronista Giovanni Villani, cui si associarono le testimonianze di altri scrittori, in particolare verseggiatori e diaristi come Antonio Pucci, Domenico Lenzi, Francesco e Alessio di Borghino Baldovinetti. I fatti si consumarono nella notte fra il 3 e il 4 novembre (stando al calcolo del nostro odierno calendario in realtà verso la metà del mese). La Signoria cittadina aveva appena terminato la costruzione dell’intera cinta muraria, che fu in più punti travolta e distrutta dalla forza della corrente. La Firenze di quegli anni era costituita da piccole strade solcate da rivoli e canaletti di scolo. I passaggi fra le case erano resi particolarmente angusti dai tanti «sporti» in legno, ossia dalle infrastrutture pensili realizzate per aumentare gli spazi abitativi; senza contare i carri, i banchi delle botteghe, le palizzate elevate tra un orto e l’altro oppure fra un vicolo ed una abitazione. Inoltre il tratto urbano del fiume, solcato dalle due grandi pescaie, era, come dicevamo, ingombro di varie infrastrutture. Tutti questi elementi, uniti al cerchio delle mura, che trasformò l’abitato in una grande piscina, aggravarono gli effetti della tremenda inondazione, che raggiunse le sei braccia (circa tre metri) al palazzo del Podestà, fece crollare tutti i ponti salvo il Rubaconte (fortemente compromesso) e distrusse gli edifici dalle fondamenta più fragili. La furia dell’acqua violò le chiese e gli spazi sacri, abbattendo anche la venerata colonna di San Zanobi. Essa riempì di fango e «puzzolente mota» tutte le cantine e i piani bassi o seminterrati, ossia gli ambienti entro i quali rimase imprigionata gran parte delle circa trecento vittime stimate. Liquami e terra inquinarono tutti i pozzi e la città non poté disporre per lungo tempo di acqua pulita. Il fango, successivamente essiccato e indurito, venne asportato con grande fatica. Ad un anno dall’evento si stava ancora cercando di liberare il battistero, la cattedrale e il carcere delle Stinche.

Relazione del 1820 dell'ingegnere della Camera delle comunita e di quello comunitativo sulle condizioni dell'Arno. Immagine tratta dal sito dell’Archivio Storico del Comune di Firenze

Relazione del 1820 dell’ingegnere della Camera delle comunita e di quello comunitativo sulle condizioni dell’Arno. Immagine tratta dal sito dell’Archivio Storico del Comune di Firenze

Assetata e affamata, la città poté sopravvivere solo grazie alla solidarietà delle comunità soggette (da Pistoia a Prato, da Colle Val d’Elsa a Poggibonsi), che inviarono prontamente derrate alimentari. Fra merci distrutte e disperse, immobili compromessi, banchi e botteghe travolti, opifici smantellati, Villani, da buon mercante, calcolò un danno complessivo di 150.000 fiorini (approssimativamente equivalenti a 530 kg d’oro).

Villani registrò, oltre alla cronaca dell’evento, anche quelli che furono i tentativi di spiegazione avanzati dalle autorità, dai sapienti, dai religiosi e da tutti i cittadini tragicamente colpiti. Si cercò la causa nelle cattive congiunzioni astrali e in un’inquietante connessione numerologica (l’anno 1333 evocava sinistramente i 300 anni dal millennio della passione di Cristo). Per altro verso il narratore lamentò anche l’eccessivo ingombro del letto dell’Arno da parte dei manufatti. Tuttavia alla fine prevalse la spiegazione per cui l’alluvione era stata il frutto della suprema volontà divina. Questa aveva colpito i fiorentini ricchi, avidi e lussuriosi, nonché dediti all’esecrabile peccato di usura. La tragedia – sostenne Villani – doveva essere interpretata come una sorta di tremendo lavacro battesimale finalizzato al pentimento e alla remissione dei peccati.

Il governo cittadino cercò di correre ai ripari. Fu fatto divieto, con un’ammenda pecuniaria molto elevata (2000 lire), che in caso di insolvenza si convertiva in pena di morte, di realizzare in futuro sbarramenti ed altri ingombri sul fiume per ben 2000 braccia a monte della città a partire dal ponte Rubaconte e per 4000 a valle del ponte alla Carraia. Tuttavia, se si esaminano i testi deliberativi del Comune (Provvisioni) relativi agli anni successivi, vediamo come le magistrature abbiano concesso numerose deroghe, soprattutto a vantaggio di enti religiosi, proprietari, da sempre, di mulini e gualchiere. Per altro verso la città doveva disporre di macine idrauliche all’interno dello spazio abitato, onde non restare priva del pane in caso di assedio. Del resto attuare forme di efficace prevenzione era di fatto impossibile a causa delle scarse conoscenze dell’assetto idrogeologico caratterizzante il bacino dell’Arno e per il fatto che quest’ultimo solo in parte soggiaceva al controllo politico delle autorità gigliate. Inoltre i tanti privilegi di cui godevano i proprietari fondiari e le comunità rurali, la tenace difesa degli interessi locali, e soprattutto il bisogno di estendere gli spazi coltivati e di tagliare i boschi per ricavarne il legname, erano tutti elementi che impedivano o limitavano una razionale gestione delle risorse ambientali. Considerazioni di natura economica e politico-militare prevalsero rapidamente su quelle della sicurezza.

L’unica difesa possibile restava, dunque, la preghiera. Il ponte Rubaconte (oggi Ponte alle Grazie), il primo che l’Arno incontrava giungendo in città, ospitava oratori e cappelle votive, alcuni dei quali abitati da sante donne recluse, la cui preghiera si accompagnava ad immagini sacre e scaramantiche, configurando una forma di religiosità civica volta a difendere l’abitato dalla vendetta della natura. Fu proprio a partire dall’alluvione del 1333 che i fiorentini iniziarono ad invocare la protezione della celebre Madonna dell’Impruneta. La stessa ripresa dei lavori alla costruzione del duomo sotto la direzione di Giotto durante gli anni Trenta può essere ritenuta una forma di reazione al disastro.

I decenni successivi videro lo sviluppo di alcuni progetti poi perfezionati dai grandi ‘ingegneri’ del Rinascimento e della piena età moderna, come Leonardo da Vinci, Girolamo Pace, Galileo Galilei, Sigismondo Coccapani allievo del Buontalenti e il galileiano Vincenzo Viviani. Tuttavia ben poco di quanto da loro teorizzato si tradusse in effettivi e duraturi interventi sul territorio. Firenze continuò ad essere esposta alle alluvioni, non solo quelle epocali che i fiorentini presero l’abitudine (dal 1333) di segnalare con lapidi commemorative indicanti il livello raggiunto dalle acque, ma anche le ben più frequenti esondazioni parziali.

A partire dal XVI secolo la situazione politica di Firenze e della Toscana mutò profondamente. Il granducato mediceo aveva permesso l’unificazione territoriale della regione, e tutto il bacino dell’Arno si trovava compreso nel dominio di Firenze. Era ora possibile prevedere una pianificazione dell’intero corso del fiume. Tuttavia lo scopo principale degli interventi non era quello della protezione dalle alluvioni, bensì il potenziamento della navigazione interna, soprattutto in connessione col porto di Livorno, fortemente voluto dai granduchi. Per altro verso l’eliminazione di meandri, isole e renai serviva anche ad aumentare gli spazi coltivabili, per cui le superfici in cui il fiume poteva espandersi durante i periodi di piena si andarono ulteriormente e pericolosamente riducendo. Tale politica andava a collidere con la tutela degli ambienti forestati d’altura, ostacoli fondamentali al rigonfiamento di fiumi e torrenti. Il Cinquecento fu funestato da almeno una decina di piene ed esondazioni, come avvenne nel dicembre 1532, nel novembre 1544 e, soprattutto, il 13 settembre 1557.

In seguito a questi eventi il granduca pensò di correre ai ripari. L’intervento normativo più importante e innovativo fu l’emanazione (1559) della cosiddetta «Legge del mezzo miglio» (Legge sopra el non poter tagliare, & lauorar l’alpe, nel dominio Fiorentino), ossia il divieto imposto a comunità rurali e proprietari fondiari di tagliare il bosco per mezzo miglio dalla sommità dei monti sui due versanti dell’Appennino (in Casentino, Mugello e Montagna Pistoiese). La legge dava finalmente un riscontro normativo alla considerazione, evidente già da molto tempo, che le alluvioni del fondovalle e della piana fiorentina erano in larga misura determinate dal disboscamento della fascia appenninica.

Cronisti, trattatisti ed altri scrittori lasciano intendere che il Seicento risparmiò a Firenze grandi e disastrose inondazioni. L’ultima massiccia invasione della città sembra, infatti, essere stata quella dell’ottobre 1589. Tuttavia le piene e le modeste tracimazioni delle acque non cessarono affatto, anzi, complice la piccola ‘glaciazione’ del periodo, si fecero addirittura più numerose, colpendo con notevole frequenza soprattutto le zone di Santa Croce, Ognissanti e San Niccolò.

Una nuova alluvione di particolare gravità si verificò il 3 novembre 1844, anno in cui l’acqua dell’Arno entrò con violenza in Firenze dalle porte alla Croce e San Niccolò. A questa fece seguito un evento meno grave nel 1848; mentre una piena accompagnata da grave esondazione si ebbe il 6 novembre 1864, quando Firenze si preparava a diventare capitale del regno d’Italia. Le piene, i trabocchi, le vere e proprie esondazioni continuarono a caratterizzare tutto il secolo XIX.

La lunga vicenda delle inondazioni dell’Arno costituisce un esempio dell’atteggiamento tenuto da molte società nei confronti dello sfruttamento delle risorse ambientali. Fino almeno dal 1333 i fiorentini ebbero piena consapevolezza che il loro fiume poteva costituire un rischio per la città. Tuttavia le esigenze economiche connesse all’uso delle acque prevalsero su quelle di una eventuale prevenzione. Per i ceti dirigenti fu molto più importante costruire il consenso lasciando prosperare la realizzazione di infrastrutture idrauliche piuttosto che inimicarsi la cittadinanza cercando di limitarle. Anche gli interventi ducali d’età moderna privilegiarono gli aspetti economici, come la velocità della navigazione o la coltivazione degli spazi rivieraschi sottratti al letto del fiume, rispetto alla prevenzione delle alluvioni. In fondo risultò sempre più efficace mostrare la vicinanza dei potenti alla popolazione nei momenti di emergenza, per offrire aiuto e conforto dopo gli eventi più gravi, piuttosto che cercare di evitare tali fenomeni sfavorendo i proprietari di mulini e gualchiere o rinunciando al vantaggi delle colmate golenali.

Firenze è stata certamente vittima delle offese recate da un fiume instabile e torrentizio, ma ha subito soprattutto le conseguenze delle scelte compiute dai suoi abitanti. Questi, di fronte alle catastrofi ripetute nel tempo, hanno preferito appellarsi alla clemenza divina o sfogarsi in modo sterile contro le mancanze di governi che da sempre, in realtà, hanno riflettuto le loro esigenze; affidandosi al fatalismo di una mal tollerata, ma ormai interiorizzata e pervadente rassegnazione.

Elenco delle principali alluvioni storiche di Firenze 

Bibliografia

  • C. Bianca, F. Salvestrini (a cura di), L’acqua nemica. Fiumi, inondazioni e città storiche dall’antichità al contemporaneo. A cinquant’anni dall’alluvione di Firenze (1966-2016), Spoleto, CISAM, in corso di stampa
  • L. Maccabruni, C. Zarrilli (a cura di), Arno. Fonte di prosperità, fonte di distruzione. Storia del fiume e del territorio nelle carte d’archivio, Firenze, Polistampa, 2016
  • F. Salvestrini, L’Arno e l’alluvione fiorentina del 1333, in Le calamità ambientali nel tardo Medioevo europeo: realtà, percezioni, reazioni, a cura di M. Matheus, G. Piccinni, G. Pinto, G. M. Varanini, Firenze, Firenze University Press, 2010, pp. 231-256
  • G.J. Schenk, L’alluvione del 1333. Discorsi sopra un disastro naturale nella Firenze medievale, «Medioevo e Rinascimento», 21, 2007, pp. 27-54
  • G.J. Schenk, “…prima ci fu la cagione de la mala provedenza de’ Fiorentini…” Disaster and ‘Life World’-Reaction in the Commune of Florence to the Flood of November 1333, «The Medieval History Journal», 10, 2007, pp. 355-386.
  • F. Salvestrini, Libera città su fiume regale. Firenze e l’Arno dall’Antichità al Quattrocento, Firenze, Nardini, 2005 [linkare a http://www.storiadifirenze.org/?post_type=biblioteca&p=970]
  • G. Targioni Tozzetti, Disamina d’alcuni progetti fatti nel secolo XVI per salvar Firenze dalle inondazioni dell’Arno, Firenze, Cambiagi, 1767 (rist. 1993).
  • F. Morozzi, Dello stato antico e moderno del fiume Arno e delle cause e de’ rimedi delle sue inondazioni, Firenze, Stecchi, 1766 (rist. 1986).

Elenco dei link (aggiornato all’ottobre 2016)


Come citare questo articolo: Francesco Salvestrini, Novembre 1966: a cinquanta anni dall’alluvione di Firenze, in "Portale Storia di Firenze", Ottobre 2016, http://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=novembre-1966-a-cinquanta-anni-dallalluvione-di-firenze
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