Ottobre 1250: inizia il governo del Primo Popolo a Firenze

Immagine di copertina:

Il Palazzo del Bargello in una foto dei primi del Novecento. Collocazione: Milano, Regione Lombardia, fondo Scrocchi, ALBUM SCR_1 p. 11. Link alla risorsa nel Portale «LombardiaBeniCulturali»: http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-LOM70-0000185/



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di Silvia Diacciati (Portale Storia di Firenze)
[Le parole evidenziate nel testo rinviano a link esterni elencati in fondo alla pagina]

Epigrafe con iscrizione celebrativa di Firenze sulla facciata del Palazzo del Capitano del Popolo (oggi Palazzo del Bargello, datata 1255)

Epigrafe con iscrizione celebrativa di Firenze sulla facciata del Palazzo del Capitano del Popolo (oggi Palazzo del Bargello, datata 1255)

Se la posizione assai scomoda e il testo latino costellato di abbreviazioni non ne rendessero così complicata la lettura, l’epigrafe sulla facciata principale del Palazzo del Bargello riassumerebbe ancora oggi con precisione le vicende della città nel corso di un decennio unico della sua storia comunale, celebrato quasi come una mitica età dell’oro dai cronisti dell’epoca, quello del regime del Primo Popolo (1250-260): «… Cristo sia favorevole e conservi in pace Firenze, città piena di beni che sconfigge i nemici in ogni conflitto, gode di prosperità, di segni [di prestigio] e di un popolo potente, rinsalda, compra e, fervida di salute, ora prostra castelli; città che domina sul mare, sulla terra e su tutto l’orbe: grazie al suo dominio l’intera Tuscia è resa felice. Al pari di Roma si erge destinata a celebrare interminati trionfi, e posa il suo sguardo su tutto [il suo dominio] soggiogandolo sotto [il suo] saldo diritto».

Con queste parole – forse dettate addirittura da Brunetto Latini – il Popolo celebrava se stesso, le proprie vittorie e un futuro che sembrava destinato a ripercorrere niente meno che i fasti di Roma.

Nell’ottobre del 1250, o più precisamente il venti di quel mese se ci si affida alla cronaca di Giovanni Villani, i ‘buoni uomini di Firenze’ si sollevarono, cacciarono il podestà allora in carica, rinnovarono tutti gli uffici cittadini e si diedero un nuovo governo e nuove leggi. Si poneva così fine a un periodo di prevaricazione della fazione ghibellina iniziato solo pochi anni prima, grazie alla presenza di Federico d’Antiochia, figlio dell’imperatore Federico II e suo rappresentante in Tuscia, e dei cavalieri teutonici al suo seguito. I ghibellini opprimevano i loro concittadini con imposte crescenti per finanziare le campagne imperiali; i guelfi, fuorusciti e asserragliati nei castelli del contado, guerreggiavano contro la città per poter rientrare e affermare a loro volta la propria supremazia.

Cortile del Palazzo del Bargello in una foto del periodo 1900-1930. Collocazione: Milano, Regione Lombardia, fondo Scrocchi, SCR_96_ST_DV. Link alla risorsa nel Portale «LombardiaBeniCulturali»: http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede-complete/IMM-LOM60-0042597/

Cortile del Palazzo del Bargello in una foto del periodo 1900-1930. Collocazione: Milano, Regione Lombardia, fondo Scrocchi, SCR_96_ST_DV. Link alla risorsa nel Portale «LombardiaBeniCulturali»: http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede-complete/IMM-LOM60-0042597/

Questa situazione danneggiava in particolare coloro che non prendevano parte alla lotta di fazione, il cosiddetto ‘Popolo’: composto in maggioranza da mercanti, artigiani, banchieri, giudici e notai, da decenni ormai prendeva parte al governo comunale, senza tuttavia riuscire ad assumerne il pieno controllo. Nell’ottobre del 1250, invece, una sconfitta subita dai ghibellini da parte dei guelfi nei pressi del castello di Figline Valdarno fornì l’occasione propizia e il Popolo raggiunse finalmente il suo intento.

In quegli anni Firenze conobbe così vari cambiamenti: innanzitutto al vertice politico urbano fu collocata una nuova magistratura, quella dei dodici Anziani, mentre due nuovi consigli si affiancavano ai due preesistenti per garantire una maggior partecipazione alla vita politica e un nuovo magistrato forestiero, il capitano del Popolo, si aggiungeva al podestà, con compiti simili. Il rinnovamento non fu però solo istituzionale: il decennio di governo popolare fu infatti caratterizzato da un completo ricambio del personale di governo. I milites, cioè i cittadini ricchi e potenti che combattevano nella cavalleria comunale e avevano gestito il potere nei decenni antecedenti, furono di fatto estromessi dalla guida della città: pressoché assenti nelle assemblee e nelle magistrature comunali, furono invece indirizzati dai nuovi rettori della città verso l’attività nella quale eccellevano e dalla quale ricavavano ricchezze e prestigio, la guerra.

Tra 1250 e 1260 Firenze non ebbe in effetti rivali in Toscana e collezionò una serie stupefacente di vittorie militari. Di questi successi non si avvantaggiarono solo i cavalieri, ma anche commercianti e artigiani che avevano così a disposizione un territorio più ampio e sicuro nel quale condurre i propri affari. Il Popolo decise anzi di scommettere sull’intraprendenza e lo spirito affaristico dei propri mercanti e banchieri coniando addirittura una moneta d’oro, evento non più registrato dai tempi dell’Impero Romano: nel 1252 il fiorino con l’effige di san Giovanni Battista da un lato e quella del giglio dall’altro cominciò a essere emesso dalla zecca fiorentina, divenendo in pochissimo tempo la valuta di scambio preferita in tutta Europa.

Fiorino d'oro, 1252-1303 (IV serie), Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. Monete n. 117. Foto e didascalia tratte dalla scheda di G. Zaccariotto in M. M. Donato, D. Parenti (a cura di), Dal Giglio al David. Arte civica a Firenze fra Medioevo e RInascimento, Firenze, Giunti, 2013, pp. 136-137

Fiorino d’oro, 1252-1303 (IV serie), Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. Monete n. 117. Foto e didascalia tratte dalla scheda di G. Zaccariotto in M. M. Donato, D. Parenti (a cura di), Dal Giglio al David. Arte civica a Firenze fra Medioevo e RInascimento, Firenze, Giunti, 2013, pp. 136-137

Se all’esterno la città non ebbe rivali e i suoi ceti produttivi cominciarono una scalata ai vertici dei principali circuiti economici dell’epoca destinata a consolidarsi rapidamente nei decenni seguenti, anche nelle vicende di politica interna il regime mostrò notevole solidità e chiarezza d’intenti, perseguendo un preciso programma politico. Ai primi posti collocò l’ampliamento della partecipazione alla vita pubblica e una maggior equità fiscale, da raggiungere attraverso l’eliminazione dei numerosi privilegi dei milites, il recupero dei beni comuni di cui spesso esponenti di quel medesimo gruppo si erano indebitamente appropriati e, in generale, la corretta gestione delle finanze cittadine. Non minore importanza fu poi attribuita alle istituzioni e al rispetto delle leggi. I milites, precedenti rettori della città, avevano un’idea privatistica del potere: lo esercitavano in collegi ristretti che non necessitavano neppure di una sede specifica – si riunivano in case private – e ritenevano di essere al di sopra della legge. Al giudice incaricato dal Popolo di recuperare i beni sottratti alla comunità un procuratore del potente monastero della Badia fiorentina avrebbe gridato: «ciò che fate non sarà tollerato! Non avete il diritto di condurre la questione come state facendo poiché tra i monaci della Badia si trovano tra i più grandi uomini della città!». Il giudice avrebbe così ribattuto: «Per quale motivo disonori me, il mio ufficio e il mio notaio? Il comune e il Popolo fiorentino non sono forse più grandi e potenti dei monaci della Badia? Certamente sì. E io ricopro questo ufficio in nome del Popolo di Firenze».

Il Popolo, in effetti, rivendicò la supremazia del pubblico sul privato e lo dimostrò anche attraverso operazioni altamente simboliche: costruì il Palazzo del Popolo (attuale Palazzo del Bargello), nuovo centro del potere e luogo nel quale tutti potessero riconoscersi e riunirsi, e impose che tutte le torri presenti in città, simbolo invece del potere aristocratico e strumento di guerriglia urbana, fossero abbassate a un’altezza obbligatoriamente inferiore a quella della torre del nuovo palazzo pubblico. Nell’attuazione di questo programma politico, il Popolo fu anche guidato da concetti quali equità, pace e concordia sui quali, grazie alla rilettura delle opere degli antichi, di Cicerone, Seneca e Sallustio in particolare, si avviò proprio in quegli anni una riflessione che sarebbe poi giunta a maturazione nei decenni finali del secolo, al tempo del cosidetto Secondo Popolo.

Niccolò di Giovanni, Inizio della battaglia: i cavalieri senesi vanno all’attacco, in Id., La sconfitta di Monte Aperto, Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, ms. A.IV.5, cc. 13v.-14r. (per cortese concessione)

Niccolò di Giovanni, Inizio della battaglia: i cavalieri senesi vanno all’attacco, in Id., La
sconfitta di Monte Aperto, Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, ms. A.IV.5,
cc. 13v.-14r. (per cortese concessione)

A questo punto sarà legittima una domanda: come mai un regime capace di collezionare tanti successi ebbe vita tutto sommato breve? Innanzitutto l’allontanamento dal potere delle principali casate produsse un risultato ben diverso da quello che, presumibilmente, si era sperato: invece di convincere quelle famiglie a collaborare e ad accettare le nuove regole del gioco, ne accentuò l’acrimonia verso un governo percepito come ostile. Nel 1258 fu così scoperto un tentativo sovversivo da parte dei ghibellini che, abbandonata dunque la città e rifugiati nella rivale Siena, nell’estate del 1260 trassero in inganno i fiorentini facendo loro credere che i nobili senesi fossero disposti a cedere la loro città dietro pagamento di 10.000 fiorini pur di porre fine all’odiata signoria di Provenzano Salvani. Gli Anziani allora in carica caddero subito nel tranello. Ritennero però utile organizzare anche una spedizione militare contro Siena, nonostante le manifeste perplessità dei grandi cavalieri guelfi, ben più esperti di loro in arte militare. Narra Giovanni Villani che ai dubbi espressi sull’impresa da messer Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari «cavaliere savio e prode e di grande autoritade», uno degli Anziani avesse risposto con gran villania di cercarsi le brache, se aveva paura; un altro cavaliere, Cece dei Gherardini, nonostante il divieto di prendere la parola contro gli Anziani, volle esprimere apertamente il suo parere contrario all’iniziativa e, visto che le multe sempre più salate comminategli per la sua impudenza non lo avevano dissuaso, alla fine fu zittito solo sotto minaccia di pena capitale. Fu così che «per lo popolo superbo e traccurato si vinse il peggiore, che la detta oste presentemente e sanza indugio procedesse».

Con queste parole a ammonizione dei governanti futuri il cronista narrò la fine del regime di Primo Popolo, attribuendone la colpa ai suoi stessi dirigenti, divenuti troppo spavaldi e sicuri di sé. Quella presunzione fu spazzata via la mattina del 4 settembre 1260 nella piana di Montaperti quando «lo strazio e ‘l grande scempio … fece l’Arbia colorata in rosso», lasciando nuovamente Firenze preda della guerra civile tra guelfi e ghibellini.
Bibliografia

  • D. De Rosa, Alle origini della Repubblica fiorentina. Dai consoli al «Primo Popolo» (1172-1260), Firenze, Arnaud, 1995
  • S. Diacciati, Popolani e magnati: società e politica nella Firenze del Duecento, Spoleto, CISAM, 2011
  • S. Diacciati, L. Tanzini, Uno spazio per il potere: palazzi pubblici nell’Italia comunale, in S. Diacciati, L. Tanzini (a cura di), Società e poteri nell’Italia medievale. Studi degli allievi per Jean-Claude Maire Vigueur, Roma, Viella, 2014, pp. 59-80

Elenco dei link in ordine di citazione (il loro funzionamento è stato verificato il 25 settembre 2015)


Come citare questo articolo: Silvia Diacciati, Ottobre 1250: inizia il governo del Primo Popolo a Firenze, in "Portale Storia di Firenze", Ottobre 2015, http://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=ottobre-1250-inizia-il-governo-del-primo-popolo-a-firenze
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