Settembre 1125: l’assedio e la conquista di Fiesole

di Enrico Faini (Udine)

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1) Fiesole: le mura ciclopiche

Quando i Fiorentini capirono che avrebbero violato le ciclopiche mura di Fiesole, la canicola le martellava ormai da tempo. Era la fine dell’estate del 1125 e, c’è da credere, il sole si era rivelato l’alleato più forte degli afissedianti. Fiesole, appollaiata sul suo colle superbo, non poteva esser presa d’assalto, neppure se l’avversario era una città dieci volte più popolosa. Un assedio non è mai questione di forza bruta. E’ questione d’astuzia, piuttosto, di politica; è questione di tecnica, d’ingegneria. Soprattutto è questione di pazienza. Firenze aveva stretto nelle sue spire la rivale alla fine della primavera, poco prima che i granai si riempissero della messe. La fame, dunque, aveva cominciato a tormentare presto i suoi orgogliosi vicini. In estate, poi, anche la sete avrebbe fatto la sua parte: la posizione eminente dava un vantaggio sicuro alle baliste fiesolane, ma – giacché in guerra non esistono vantaggi assoluti – rendeva più difficile l’approvigionamento di acqua.

 

La cronaca più antica sull’assedio di Fiesole è contenuta nelle prime pagine dei Gesta Florentinorum del giudice Sanzanome, scritti un secolo dopo la conquista. Si tratta di una narrazione, certo romanzata, interrotta spesso da brani di orazioni e di lettere. Il testo, naturalmente, non può essere considerato affidabile nei particolari (quantomeno per eventi così distanti dal momento della scrittura), ma è importante per i dati di contesto che offre. Essi ci permettono di inserire la conquista di Fiesole in un quadro politico molto più ampio, capace di chiarire i contorni e le motivazioni di quella che a noi appare la lotta impari di un Golia (Firenze) contro un Davide (Fiesole) cui mancava l’aiuto di Dio.

Sanzanome pone la conquista di Fiesole all’inizio di quelli che chiama i moderna tempora. Noi potremmo tradurre quest’espressione, un po’ liberamente, con ‘storia contemporanea’: la storia, cioè, che si è in grado di ricostruire tramite i ricordi dei nonni. Ai tempi di Sanzanome la vicenda della rivalità tra Firenze e Fiesole si era trasformata in un vero e proprio epos cittadino, la cui eco si coglie ancora nelle opere del tardo Medioevo: in Villani e, soprattutto, in Dante. Il testo di Sanzanome, forse, era destinato a essere usato come libro di scuola per imparare – assieme a un po’ di storia locale – anche  i segreti per scrivere bene le lettere e fare dei bei discorsi.

Secondo Sanzanome il casus belli fu un inopinato assalto dei Fiesolani ad un mercante fiorentino che si era trovato ad atraversare la rocca collinare. I Fiorentini reagirono con l’assedio della città rivale e posero il campo sull’altura del Mons Caesaris (forse l’odierno Montececeri). Il luogo, tuttavia si rivelò poco adatto e, dopo appena un mese, gli assedianti furono costretti a desistere. L’epoca del primo assedio non si trova esplicitamente nel racconto di Sanzanome ma, dato che fu solo al terzo anno di campagna che Fiesole fu presa, possiamo ipotizzare che le ostilità fossero cominciate nel 1123. L’anno successivo il campo fu posto sul Mons Macrinus (Monte Magherini) e questa volta a determinare la ritirata dei Fiorentini fu un attacco notturno al loro accampamento. Sanzanome cita un fortunato contrattacco, cercando di mascherare goffamente l’insuccesso. I fatti riportati dallo stesso cronista parlano chiaro: fu catturato addirittura un console della sua città e l’assedio fu tolto. Solo quando i Fiorentini si decisero per una spedizione in grande stile – da giugno a settembre, come sappiamo da altre fonti, e stringendo la rivale da quattro postazioni diverse – la città si arrese.

 

2) Fiesole: il campanile del duomo

Piccola Iliade della valle dell’Arno, la storia dell’assedio di Fiesole, a sentire il nostro Omero, sembra originata da odi fatali, tutt’al più rinfocolati da circostanze futili. Tuttavia, se allarghiamo lo sguardo anche solo al livello regionale, vediamo subito che l’intera Toscana era in fiamme e che lo scontro aveva cause ben più recenti dell’antica rivalità tra sangue etrusco (Fiesole) e sangue romano (Firenze). Sulla situazione politica della Toscana ci informano delle testimonianze raccolte tra Siena ed Arezzo una cinquantina di anni più tardi. La vicenda per la quale i giudici interrogarono i testimoni riguardava la giurisdizione ecclesiastica sul territorio di confine tra le due diocesi. Tuttavia i testi – alcuni esplicitamente, altri un po’ controvoglia – fecero riferimento a uno stato di guerra generale che opponeva non solo Siena ad Arezzo, ma coinvolgeva anche i signori Berardenghi e Scialenghi, il vescovo di Volterra e, ovviamente nel fronte anti-senese, Firenze. Le ostilità si erano aperte più o meno al tempo del primo assedio di Fiesole e si sarebbero protratte almeno fino agli anni Trenta.

 

Sicuramente non mancavano motivi di attrito tra due comunità così vicine, ma l’antico vizio di fare della propria città il centro del mondo (dal quale Sanzanome non era esente) ci impedisce di evincere il contesto della lotta dalle pagine dei Gesta. Lo scontro con Fiesole fu un episodio di una guerra estesa a tutta la Toscana interna, alla quale parteciparono sia le città sia i territori, questi ultimi sotto il comando dei loro signori (Berardenghi, Scialenghi). Fiesole – se è lecito ricostruire gli schieramenti dividendo i contendenti in due gruppi – sarebbe stata alleata con Siena. La strategia dell’alleanza è chiara: se i Fiorentini erano impegnati in una guerra a sud, nulla di più opportuno che occupare parte delle loro forze su un fronte settentrionale. Fiesole, dunque, era per Siena l’alleato naturale. Ma un alleato di che tipo? Cos’era Fiesole a quel tempo? In quale categoria dobbiamo sistemarla: quella delle città (con Siena, Arezzo e Firenze), o in quella dei territori dominati dai signori (come la Scialenga e la Berardenga)?

 

Loro Ciuffenna, pieve di Gropina: un capitello

Ritenere che Fiesole potesse competere con Firenze in quanto città è ridicolo. Anche se la rocca collinare poteva fregiarsi dell’antico titolo di civitas in quanto sede vescovile, all’inizio del secolo XII doveva già esserci un abisso tra la forza di Fiesole e quella della città del Fiore. Lo testimonia il ruolo che, a partire dalla metà del secolo precedente, Firenze aveva assunto nelle vicende del Regno Italico (soggiorni di marchesi di Tuscia, imperatori e papi). Fiesole, probabilmente, si collocava a metà strada tra le città e i territori signorili: la comunità locale aveva un certo margine di autonomia – vista anche la presenza di un vescovo – ma la sua forza militare era in gran parte dovuta all’inserimento in un territorio signorile amico, anch’esso ostile a Firenze, come Scialenga e Berardenga erano ostili a Siena. E allora chi era il protettore di Fiesole? Nessuna fonte lo dice esplicitamente, ma un grande storico di Firenze vissuto un secolo fa, Pietro Santini, ha proposto un nome preciso basandosi su alcuni dati di fatto e alcune ipotesi ardite.

 

Al tempo dell’assedio di Fiesole da una decina d’anni era vescovo di Firenze Goffredo, cadetto della stirpe dei conti Alberti. Firenze era una comunità già abbastanza forte ed autonoma da non dover seguire, di necessità, la volontà del proprio vescovo. Tuttavia, nei primi tempi del suo episcopato, Goffredo e Firenze furono alleati, almeno nella politica esterna. I grandi signori del territorio fiorentino – la famiglia di Goffredo (gli Alberti) e la famiglia dei Guidi – si contendevano ferocemente l’eredità della stirpe (estinta) dei conti Cadolingi. Nel 1121 i Guidi – alleati del marchese di Toscana, Corrado - si erano scontrati con gli Alberti per il possesso di Pontorme, mentre Firenze aveva combattuto presso Passignano contro il marchese. Fin troppo facile completare il sillogismo: se gli Alberti erano nemici del marchese e dei Guidi e Firenze era nemica del marchese, Firenze era nemica anche dei Guidi. Il protettore di Fiesole, insomma, potrebbe essere stato il capo della casa Guidinga, Guido V Guerra. A rafforzare quest’ipotesi sta il fatto che i Guidi conservarono a lungo delle rocche sui colli prossimi all’area fiesolana: prima tra tutte quella, munitissima, di Monte di Croce.

 

Santa Maria di Rosano: particolare della croce dipinta

Pochi anni dopo l’assedio, inoltre, i Guidi organizzarono la ricostruzione e riconsacrazione di un monastero sotto il loro controllo: Santa Maria di Rosano. In quell’occasione il vescovo di Fiesole (assieme a quelli di Pistoia e di Faenza) raccolse il voto monacale di Sofia, la figlia di Guido. L’episodio è istruttivo per comprendere le possibili relazioni tra i Guidi e il vescovo di Firenze. La ricostruzione, infatti – raccontavano molti anni dopo gli abitanti del luogo -, implicò lo spostamento del monastero: poche centinaia di metri, in realtà, da una sponda all’altra dell’Arno. Questo piccolo esodo poteva avere però delle pesanti ripercussioni politiche: la sponda nord dell’Arno in quel punto era (ed è) infatti sotto il controllo del vescovo fiorentino, quella sud (scelta per la nuova fondazione) apparteneva (e appartiene) alla diocesi di Fiesole. Del tutto evidente, quindi, verso quale presule andassero le preferenze dei Guidi. Un ultimo particolare, infine, spinse Santini a ritenere che fosse stato proprio l’appoggio dei Guidi a consentire la lunga resistenza di Fiesole. Nel 1124 Guido morì lasciando un unico erede ancora minorenne. Potrebbe esser stata proprio questa vacanza di potere, più di ogni escamotage militare, a indebolire Fiesole, privandola di un appoggio fuori dalle mura. Approfittando di questa momentanea debolezza i Fiorentini poterono piazzare il loro colpo mortale.

 

Il lettore si chiederà ora per quale ragione il nostro Sanzanome avrebbe dovuto tacere i particolari di questa vicenda. I motivi potrebbero essere più d’uno e gli storici smaliziati li conoscono bene. A voler essere generosi possiamo dire che una spiegazione politica troppo precisa non si accordava al modello letterario al quale Sanzanome cercava di aderire: l’assedio e la conquista di Troia, città forte ma colpevole di fronte agli dei. Possiamo anche pensare che negli anni in cui lo storico si mise a scrivere (forse attorno al 1220), di vicende così remote si conservasse soltanto un ricordo confuso. Tuttavia chi ha dimestichezza con i cronisti medievali sa bene che moltissimi eventi sono condannati all’oblio solo perché il soggetto principale, l’eroe, non ci fa una bella figura.

Contro la volontà di Sanzanome il mito di Troia – più volte evocato esplicitamente nei Gesta Florentinorum – si adatta alla nostra vicenda anche nel suo epilogo tragico. La presa della città non fu infatti un atto d’eroismo guerriero; essa riuscì soltanto quando il suo ‘nume protettore’ venne meno. Fuor di metafora, quando il grande Guido V morì. Sanzanome – con gli storici fiorentini che l’hanno seguito – si guardò bene dal farne menzione. La pugnalata alla schiena inferta a un pupillo di casa Guidi, del resto, era destinata a ripetersi nella generazione successiva. Quando Guido VI partì per la Terrasanta – lasciando un erede bambino sotto la tutela della zia – i Fiorentini ne approfittarono per distruggere la rocca di Monte di Croce.

 

Letture di approfondimento:

  • P. Santini, Studi sull’antica Costituzione del Comune di Firenze (Contado e politica esteriore nel sec. XII), «Archivio Storico Italiano», serie V, XXV (1900), pp. 25-86.

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