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1° gennaio 1750: la riforma del capodanno fiorentino

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Orologio solare poliedrico di Stefano Buonsignori appartenente alle collezioni medicee (immagine tratta dal sito del Museo Galileo)

«La più vera perdita di tempo che conoscesse era contare le ore»: così si legge nel Gargantua e Pantagruel di François Rabelais (I, LII). Eppure, contare gli anni, le ore, i giorni, dare un nome ai mesi, fissare le ricorrenze festive è stata sempre una prerogativa gelosamente custodita e rivendicata da chi esercita l’autorità di governo. Molte, dunque, nel corso dei secoli – ma dovrei dire dei millenni – le norme sul “contare le ore”, i giorni, le settimane, i mesi, gli anni, le ere. E se in questi ultimi anni è considerato politically correct indicare con la sigla C.E. una Common Era senza alcun riferimento al cristianesimo, certo è che anche nella storia dei paesi cristiani la nascita di Cristo non è stato sempre l’evento dal quale dare inizio alla conta degli anni. Così nella I repubblica francese, nata dalla Rivoluzione del 1789, o nell’Italia fascista, in cui si contarono gli anni dell’Era Fascista.

 

Ma senza voler riprendere questi esempi che hanno un carattere di eccezionalità e di indubbia rilevanza storica, anche in altri paesi e in altri momenti, pur nella ovvia accettazione della nascita di Cristo quale inizio di una nuova era, si sono registrati mutamenti e riforme del calendario. Il riferimento più significativo è, naturalmente, alla riforma del calendario introdotta da Gregorio XIII con la bolla Inter Gravissimas del 24 febbraio 1582 con la quale si stabiliva, in applicazione di una deliberazione del concilio di Trento e a correzione del calendario giuliano (del 46 a. C.), che il giorno successivo al 4 ottobre di quell’anno si considerasse il 15 ottobre e che si sopprimesse il bisesto negli anni centenari non multipli di 400. Sulla base di questa correzione si pensava che per circa due millenni non occorresse fare alcun altro intervento per garantire l’accordo tra calendario civile e anno solare.

 

La riforma gregoriana

Considerata la fase di acuti dissensi e aperti scontri all’interno delle chiese cristiane non sorprende che il calendario gregoriano abbia incontrato opposizioni in un largo fronte di stati. Non solo tra quelli che aderirono o promossero le chiese riformate (stati tedeschi, Inghilterra, Danimarca, Olanda, Svezia) o quelli ortodossi (la Russia fino al 1918, Jugoslavia e Romania nel 1919, la Grecia nel 1928) – per non parlare del Giappone che accettò il calendario gregoriano nel 1873, la Cina nel 1911, la Turchia di Ataturk nel 1927 –, ma in qualche misura anche nella cattolicissima Toscana, dove solo a partire dal 1750 si determinò di contare gli anni a partire dal 1° gennaio e non più, come da tradizione, dal 25 marzo, giorno dell’Annunciazione e dell’Incarnazione di Cristo.

 

Chi oggi si fermi ad ammirare la Loggia dei Lanzi, può dedicare qualche minuto a leggere, se sa il latino, la lapide qui posta, per volontà del granduca Francesco Stefano di Lorena e dettata da Giovanni Lami, a celebrazione di questo evento:

IMP. CAES. FRANCISCUS PIUS FELIX AUG.

LOTHARINGIAE BARRI ET MAGNUS ETRURIAE DUX
BONO REIP. NATUS CUSTOS LIBERTATIS
AMPLIFICATOR PACIS CONCORDIAE VINDEX
SAECULI RESTITUTOR
HUMANAE SALUTIS EPOCHAM ANNOSQ. AB TUSCIAE
POPULIS DIVERSO INITIO COMPUTARI SOLITOS
AD OMNEM CONFUSIONEM ET DISCERNENDAE
AETATIS DIFFICULTATEM AMOLIENDAM UNA EADEMQ.
FORMA ET COMMUNIBUS AUSPICIS AB UNIVERSIS
LEGE LATA XII KL. DECEMBREIS ANNO MDCCXXXXVIIII
INCHOARI ITA IUSSIT UT NON QUEMADMODUM PRAETER
ROMANI IMPERI MOREM HACTENUS SERVATUM
FUERAT SED VERTENTE ANNO MDCCL AC DEINCEPS
IN PERPETUUM KALENDAE IANUARIAE QUAE NOVUM
ANNUM APERIUNT CETERIS GENTIBUS UNANIMI ETIAM
TUSCORUM IN CONSIGNANDIS TEMPORIBUS CONSENSIONE
CELEBRARENTUR

 

Un giornalino di classe del 1941 descrive l’anno (da Indire – Fondo materiali scolastici e archivi storici)

Chiara, dunque, la motivazione dell’adesione anche del granducato di Toscana al calendario gregoriano e alla fissazione del capodanno al 1° gennaio: evitare ogni “confusione” e stabilire anche negli stati lorenesi una uguale modalità di inizio dell’anno. Tanto più che così facendo Francesco Stefano mirava a uniformare il capodanno nei suoi stati, se è vero che a Firenze l’anno nuovo cominciava dal 25 marzo, posticipando l’inizio di due mesi e ventiquattro giorni rispetto al calendario gregoriano, mentre a Pisa si faceva cominciare l’anno sì dal 25 marzo, ma anticipando l’anno di nove mesi e sette giorni, rispetto al 1° gennaio. La ragione era, dunque, quella di uniformare gli “stili” fiorentino e pisano al calendario e al modo di considerare il capodanno in uso nella maggior parte dell’Europa cattolica e protestante, dal momento che intorno ai primi anni del Settecento anche molti stati protestanti avevano adottato il calendario gregoriano e che, a partire dallo stesso 1° gennaio 1750, anche il Regno Unito e la Svezia accettavano la riforma del calendario giuliano.

 

In un’Europa percorsa e unita da flussi di traffici sempre più intensi di merci e capitali, da movimenti di uomini e donne, sempre più segnata da modi di vita, cultura e da “buone maniere” simili – quella Europa, diceva Voltaire, che appariva “una specie di grande repubblica divisa in più stati” –, non aveva alcun senso mantenere uno stile fiorentino e uno stile pisano nel contare gli anni. A questo pose termine la legge di Francesco Stefano che imponeva dal primo gennaio 1750 il nuovo modo di contare gli anni per gli usi commerciali e nelle scritture pubbliche. Non sorprende che siano toccati a Francesco Stefano l’onere e l’onore di adeguare il granducato all’uso “europeo” di contare il capodanno: proprio quel Francesco Stefano che nell’arco trionfale eretto di fonte alla porta San Gallo a Firenze, in occasione della sua sola visita nel granducato di Toscana, era ricordato e lodato come «ampliatori commerci».

Che poi, nel 2000, il comune di Firenze abbia deciso che il capodanno fiorentino sia una delle festività ufficiali del comune di Firenze e che si celebri il 25 marzo di ogni anno con un corteo storico che partendo dal Palagio di Parte Guelfa si sviluppa fino alla basilica della SS. Annunziata, dove un tempo le genti del contado si recavano a rendere omaggio alla sacra effige, è cosa che attiene alla retorica dell’identità fiorentina che le amministrazioni comunali hanno voluto mettere in campo a partire dal nuovo millennio. Forse, potremmo chiederci quanti delle cittadine e dei cittadini fiorentini di oggi condividano il senso di questa celebrazione.

 

Letture di approfondimento:

  • A. Cappelli. Cronologia, cronografia e calendario perpetuo. Hoepli, Milano, 1983.
  • M. Verga, La cultura del Settecento. Dai Medici ai Lorena, in Storia della civiltà toscana, V, I Lumi del Settecento,  a cura di Fu. Diaz, Firenze, Le Monnier, 1999, pp. 125-152 [on line].
  • M. Verga, La Reggenza Lorenese, in Storia della civiltà toscana, IV, L’età dei lumi, Firenze, Le Monnier, 1999, pp. 27-50 [on line].
  • M. Verga, Strategie dinastiche e mito cittadino: l’Elettrice Palatina e Firenze, in La Principessa saggia. L’eredità di Anna Maria Luisa de’ Medici Elettrice Palatina, a cura di S. Casciu, Firenze, Sillabe, 2006, pp. 24-29 [on line].
  • M. Verga, Firenze: retoriche cittadine e storie della città, «Annali di Storia di Firenze», I (2006), pp. 209-224 [on line].

Elenco dei link in ordine di citazione (il loro funzionamento è verificato il 1° gennaio 2013):


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