Maggio 1313: la signoria di Roberto d’Angiò

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di Piero Gualtieri (Università di Firenze)

[Le parole evidenziate nel testo rinviano a link esterni elencati in fondo alla pagina]

 

 

Roberto d’Angiò, particolare del manoscritto dei Regia Carmina di Convenevole da Prato, metà del XIV secolo. Firenze, Biblioteca Nazionale

Quando il 1 maggio del 1313 i Consigli fiorentini nominarono messer Lapo dei Bardi e Dardano Acciaioli quali ambasciatori del Comune allo scopo di affidare la nomina del nuovo Podestà a Roberto d’Angiò non tutti forse si saranno resi conto del grande rivolgimento che tale atto preannunciava: neppure due settimane dopo, infatti, lungi dall’accontentarsi del passo appena compiuto, gli stessi Consigli stabilirono di affidare al re di Sicilia la signoria sulla città per cinque anni. Il 20 furono nominati i «sindaci» investiti del compito di presentare a Roberto la nomina; e il 12 di giugno, infine, giunse la ratifica finale delle assemblee. Arrivava così a compimento un lungo percorso di avvicinamento fra Firenze e il sovrano angioino che aveva preso le mosse alla fine di settembre del 1310, quando Roberto era giunto in città facendovi tappa sul cammino di ritorno dalla Provenza a Napoli, e si era quindi dipanato nei mesi successivi, sulla scia di una serie di eventi esterni ed interni che si erano succeduti via via in maniera sempre più pressante.

 

Non era la prima volta che Firenze conosceva la signoria di un sovrano straniero. Era stato proprio il nonno di Roberto, Carlo d’Angiò, ad assumere il dominio sulla città nella primavera del 1267, sull’onda lunga della vittoria conseguita a Benevento su Manfredi e i ghibellini. Protrattasi fino al 1278, la signoria di Carlo era coincisa con il dominio interno della Parte Guelfa, e di quelle famiglie da lungo tempo presenti al vertice della società locale che ne erano l’espressione più compiuta.

Nei trentacinque anni successivi molte cose erano accadute, e intervenute a mutare profondamente i contesti esterno ed interno. Sul piano esterno, la presenza in Italia dell’imperatore Enrico VII aveva rivitalizzato il partito ghibellino, e minacciava seriamente di sconvolgere l’equilibrio politico regionale, mettendo in crisi la presa che Firenze era andata stringendo su gran parte dei Comuni toscani. Sul piano interno, la magistratura del priorato delle arti (ai priori si aggiunse successivamente il gonfaloniere di giustizia) creata nel 1282 aveva ormai saldamente acquisito il proprio ruolo al vertice delle istituzioni cittadine, e si andava consolidando sempre più quale centro ordinatore della vita politica fiorentina. L’introduzione degli Ordinamenti di Giustizia nel 1293 (col successivo «temperamento» del 1295) aveva posto il conflitto fra Popolo e magnati al centro dello scenario politico e sociale fiorentino, contribuendo in maniera decisiva all’affermazione di un (relativamente) nuovo ceto dirigente. Sulla frattura magnati-popolani si era infine inserita la divisione fra Bianchi e Neri originatasi all’interno del contesto magnatizio pistoiese, che aveva ulteriormente sconvolto e rimescolato il quadro e favorito la creazione di nuove e articolate rivalità in seno alla società fiorentina.

 

Gigliato di Roberto d’Angiò (recto), prima metà del XIV secolo

Pressata all’esterno da nemici agguerriti, scossa all’interno da nuove e antiche inimicizie politiche e familiari, la Firenze che si era offerta a Roberto sembrava insomma attraversare una fase estremamente interlocutoria. Del particolare clima che si viveva in riva all’Arno in quella primavera di settecento anni fa ci da testimonianza Giovanni Villani, che così riassunse sinteticamente gli avvenimenti: «i Fiorentini parendo loro essere in male stato, sì per la forza dello ‘mperadore e di loro usciti, e ancora dentro tra·lloro per le sette nate per cagione delle signorie, si diedono al re Ruberto (…). E di certo fu lo scampo de’ Fiorentini, che per le grandi divisioni tra’ Guelfi insieme, se ‘l mezzo della signoria del re non fosse stata, guasti e stracciati s’arebbono tra·lloro, e cacciata parte».

 

 

Signoria come unico mezzo per mettere ordine in un contesto altrimenti esplosivo, allora? Niente affatto; o almeno non nei termini di una formulazione così semplicistica, che troppo ricorda la visione Otto-Novecentesca della signoria quale sintomo patente della degenerazione del sistema politico comunale (quella visione, per intenderci, ancora diffusa nella manualistica e nel senso storico comune, che individua immancabilmente un nesso di causa ed effetto fra un’ipotetica crisi del Comune e l’affermazione di forme di dominazione signorile). Se pure la testimonianza del Villani pone l’accento soprattutto su un elemento – la divisione interna, sia in seno allo schieramento guelfo cittadino che in conseguenza della lotta per l’accesso al priorato – che certo ebbe un ruolo pesante sull’andamento degli eventi, infatti, non dobbiamo per questo compiere l’errore di ridurre la complessa e articolata dinamica politica e istituzionale comunale (di quel periodo come di altri) alla sola dimensione partitica, in tal modo assolutizzando – e quindi deformando – la portata ed il senso di un elemento che, seppur primario, non fu certo il solo in gioco. Si pensi, del resto, a come la critica recente abbia contribuito a riformulare la nozione di signoria, evidenziandone il carattere di risorsa organica dell’universo politico comunale, slegata da considerazioni su più o meno presunte ‘crisi istituzionali’ di sistema. Secondo tale nuova prospettiva – maturata in questi ultimi anni di pari passo con una revisione più generale del fenomeno comunale – il ricorso alla signoria rappresentò in altre parole un’opzione politica al pari delle altre, utilizzata dai ceti dirigenti comunali in dialettica profonda con le vicende e il contesto politico del momento.

 

 

Simone Martini, San Ludovico da Tolosa incorona Roberto d’Angiò, 1317. Napoli, Museo di Capodimonte

Nel nostro caso, la concessione della signoria a Roberto rappresentò allora per il ceto dirigente fiorentino un formidabile strumento politico, una carta preziosa da giocare in una fase di contrasti esterni ed interni; una carta il cui utilizzo permise alle famiglie al vertice di discutere e rinegoziare parzialmente le coordinate della partecipazione politica in un contesto per così dire ‘protetto’ dalla presenza attiva del re di Sicilia; una carta che certo non azzerò attriti e conflitti (dovuti in parte alla stessa presenza angioina), ma che risultò alla fine vincente nella misura in cui consentì di superare in buon ordine la fase di difficoltà più acuta.

 

Ma quali furono in concreto le modalità di gestione della signoria di Roberto? In ambito istituzionale il passo principale compiuto dal sovrano angioino fu quello dell’abolizione degli ufficiali forestieri di vertice del Comune (Podestà, Capitano, Esecutore – quest’ultimo fu reintrodotto nel 1318), che furono sostituiti da un Vicario di nomina regia. Per il resto, l’impatto diretto sui meccanismi istituzionali e sulla struttura amministrativa del Comune fu di fatto nullo o quasi, almeno in termini di riproposizione più o meno diretta di modelli angioini. La presenza del Vicario al vertice del governo cittadino permise d’altro canto a Roberto di esercitare una forma di controllo (seppur mediato dalla presenza del funzionario e dalla stessa distanza con la città) su tutta l’attività del Comune, sostanziando in tal modo il proprio dominio. Nello specifico, comunque, se al di fuori delle mura cittadine, dopo un tentativo di pacificazione con Pisa, continuò la lotta contro i ghibellini (forse con minor slancio di quanto i fiorentini avrebbero desiderato), all’interno della città l’operato dei Vicari si segnalò alla fine soprattutto per la promozione di paci fra i vari lignaggi in contrasto (numerose e di particolare ‘peso’ quelle concluse nel luglio del 1317, durante il vicariato di Guido dei Guidi di Battifolle).

 

Il Castelnuovo (Maschio Angioino), particolare della Tavola Strozzi, terzo quarto del XV secolo. Napoli, Museo di San Martino

Del sostanziale gradimento incontrato dal dominio angioino presso i fiorentini – al netto dei minoritari dissensi che comunque si fecero sentire all’interno del ceto dirigente cittadino – è del resto testimonianza evidente l’evolversi degli avvenimenti: nel febbraio del 1318, pochi mesi prima della prevista scadenza del mandato, i Consigli prolungarono infatti la signoria di Roberto per poco meno di quattro anni. Le linee di azione individuate per il periodo precedente – gestione ‘dall’alto’ di una struttura istituzionale e amministrativa in autonoma evoluzione – rimasero comunque immutate anche in questa fase, che si concluse col gennaio del 1322.

 

 

Sepolcro di Roberto d’Angiò, 1343-1345. Napoli, Basilica di Santa Chiara

Il giudizio che i fiorentini tributarono alla signoria di Roberto fu nel complesso senz’altro positivo (sta a dimostrarlo, fra le altre cose, la signoria concessa nel gennaio del 1326 al figlio Carlo di Calabria). Sulla formazione di tale giudizio agirono numerosi elementi: non ultimo fu l’atteggiamento che egli adottò nei confronti della città del giglio e delle sue istituzioni (o almeno che cercò in tal senso di accreditare). Roberto stesso, in una esortazione contenuta nella lettera inviata nel 1343 a Gualtieri di Brienne, nuovo signore di Firenze, e riportataci dal Villani, lo sintetizzò in una massima efficace (ancorché sapientemente costruita): «reggiti per lo loro consiglio, non loro per lo tuo».

 

Non è difficile capire perché, alla notizia della morte, «in Firenze se ne fece cordoglio ed esequio molto solenne e di grande luminaria, e di molta buona gente e signori cherici e laici».

 

Letture di approfondimento

  • R. Davidsohn, Storia di Firenze [1896-1908], 8 voll., Sansoni, Firenze 1956-1965, vol. IV.
  • De Vincentiis, Le signorie angioine a Firenze. Storiografia e prospettive, in «RM Rivista», 2001/2 [online].
  • P. Gualtieri, Il Comune di Firenze tra Due e Trecento. Partecipazione politica e assetto istituzionale, Olschki, Firenze, 2009.

 

Elenco dei link in ordine di citazione (il loro funzionamento è stato verificato il 1° maggio 2013):


Come citare questo articolo: Piero Gualtieri, Maggio 1313: la signoria di Roberto d’Angiò, in "Portale Storia di Firenze", Maggio 2013, http://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=maggio-1313-la-signoria-di-roberto-dangio
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