Marzo 1785: la soppressione delle confraternite laicali a Firenze

Immagine di copertina:

Giuseppe Zocchi, Veduta della processione del Corpus Domini, 1744



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  • di Pietro Domenico Giovannoni (Portale Storia di Firenze)
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Chiostro dell’oratorio di San Pierino, sede della Compagnia della Santissima Annunziata

Il 21 e il 22 marzo 1785 il granduca Pietro Leopoldo firmava sia il motuproprio di soppressione di tutte le confraternite laicali sia i capitoli delle nuove compagnie di carità, da erigersi in ogni parrocchia sotto la dipendenza del parroco. Si trattava di una delle più importanti, e per certi versi ‘rivoluzionarie’, iniziative legislative leopoldine.
Non è facile, con poche pennellate, rendere l’idea di cosa significasse nella vita quotidiana di un fiorentino di fine Settecento appartenere a una confraternita. Oltre ad essere espressione di una religiosità che solo a posteriori possiamo definire di antico regime, la confraternita era una struttura sociale che operava nel quadro di uno Stato che non garantiva affatto ai sudditi, in maniera organica, protezioni sociali e previdenziali. In altre parole, a nessun artigiano piccolo o grande, a nessun garzone di bottega, era assicurata la paga in caso di malattia; l’idea poi della pensione, di un periodo di inattività lavorativa comunque coperta da un reddito, era, possiamo dirlo, pura fantapolitica. Il matrimonio di una figlia, con l’obbligo di provvedere alla dote, rappresentava per un padre una delle maggiori preoccupazioni, solo di poco attenuata se la giovane veniva destinata alla monacazione. La confraternita o compagnia laicale provvedeva a tutto questo. Le tasse annuali di iscrizione, un patrimonio immobiliare o fondiario bene o male amministrato, investimenti in luoghi di Monte, permettevano alla compagnia di prestare assistenza agli iscritti. Queste istituzioni costituivano dunque, di fatto, una rete di protezione sociale senza la quale le condizioni dei lavoratori, in particolare delle città, sarebbero state ancor più fragili e vulnerabili di fronte alle sempre operose sventure della vita.
All’assistenza terrena si associava quella celeste. La fiducia dell’iscritto che i confratelli garantissero un funerale e una degna sepoltura rendeva meno angosciosa l’attesa del momento fatale; la certezza, poi, che essi avrebbero pregato per la sua anima permetteva di sperare in una più breve e meno severa permanenza nel Purgatorio.

Ingresso dell’oratorio della Compagnia dei Vanchetoni su via Palazzuolo

L’attivismo delle compagnie era ben visibile nel tessuto urbano, costellato dalla presenza di oratori, edifici insieme di culto e di riunione. In quelle sedi, più o meno prestigiose, più o meno decorate e impreziosite da cicli pittorici e da arredi liturgici, i membri della confraternita assistevano alla celebrazione eucaristica domenicale, ai cicli omiletici nella ricorrenza dell’Avvento e della Quaresima affidati a sacerdoti, frati o monaci talvolta forestieri, chiamati per la loro fama. In quella sede le coscienze potevano trovare ascolto, consolazione e direzione spirituale in sacerdoti che, essendo stati scelti dalla stessa compagnia, sembravano dare maggiori garanzie e ispirare più fiducia rispetto ai parroci o ai cappellani delle chiese di appartenenza. La rete delle compagnie disegnava così circoscrizioni ‘ecclesiali’ che si andavano a sovrapporre, sostituire e scontrare con quelle più propriamente ‘ecclesiastiche’, organizzate sul criterio territoriale residenziale.
In quelle stesse sedi i confratelli partecipavano alle periodiche «tornate», aspiravano magari a esercitare funzioni direttive della confraternita, assistevano con ansia al sorteggio per l’assegnazione delle doti. In quegli oratori si preparava con estrema cura la celebrazione annuale della festa del patrono, del santo titolare della compagnia dal quale si aspettava una particolare protezione in terra e in cielo. E la compagnia diventava così anche luogo di svago, di divertimento, di feste profane, di quei lauti banchetti che scandalizzavano il severo Pietro Leopoldo, che mal sopportava quel misto di sacro e profano o lo sperpero di denaro.
Infine, l’appartenenza alla confraternita rappresentava anche una più definita ‘cittadinanza’. La più larga comunità cittadina identificava il singolo come membro di questa o quella compagnia in un quadro ancora legato al corporativismo medievale. E il prestigio sociale si manifestava allora pubblicamente nelle vesti della compagnia, un segno di riconoscimento e di distinzione, e anche nella collocazione della compagnia nelle processioni cittadine. A Firenze, ovviamente, in quella del Corpus Domini, rito religioso e civile insieme.
Sarà utile, seppur velocemente, dare un quadro quantitativo, per mostrare che l’intervento di Pietro Leopoldo andava a modificare una realtà che nel tessuto sociale era viva e partecipata, radicata in una tradizione che in alcuni casi risaliva alla Firenze medievale. Una fonte preziosa di rilevamento è il censimento ordinato dal governo e compilato, in base alle dichiarazioni dei parroci, nel 1783: è conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze, nel fondo Segreteria di Gabinetto, Filza 51, inserto 7: Relazione su tutte le Compagnie, Congregazioni, Centurie, Buche esistenti in Firenze attualmente li 22 ottobre 1783. A questa data le compagnie laicali di Firenze erano centocinquantuno, cui si aggiungevano settantaquattro congreghe e congregazioni, quindici centurie e sei buche (quest’ ultime prendevano il nome dalle buche costruite nel muro della sede della confraternita per la raccolta dell’elemosine). Ben dieci erano le congreghe di soli ecclesiastici, a cui si aggiungeva una centuria di soli sacerdoti secolari. In totale gli oratori erano centoventiquattro. Rispetto all’anno 1734, il numero delle compagnie era sceso soltanto di undici unità; dato che è senza dubbio espressione della vitalità di questi istituti laicali. Le confraternite di soli artigiani erano sessantatré, dodici quelle composte da artigiani e «cittadini», quattordici avevano sia «cittadini» sia nobili, mentre cinque erano riservate ai nobili.
Generalmente, a tasse annuali elevate corrispondeva un’estrazione sociale medio-alta (nobili e cittadini) e un non troppo elevato numero di iscritti; a tasse contenute, non superiori alle due lire, corrispondeva un’estrazione sociale medio-bassa (artigiani e salariati). Oltre alle condizioni di accesso e alla composizione sociale, anche il numero di iscritti, il reclutamento territoriale, nonché l’organizzazione interna definivano i caratteri di ciascuna compagnia. Si andava da un minimo di dieci ad un massimo di ottocento iscritti. Prevaleva il modello dell’associazione ristretta: il numero degli aderenti in novantatré compagnie non superava i cento individui.
La distribuzione delle compagnie nelle diverse circoscrizioni parrocchiali fornisce dati di particolare interesse. Le compagnie si concentravano attorno alle chiese dei regolari. Nella popolosa parrocchia di San Frediano, ad esempio, di sedici compagnie quattro facevano riferimento ai padri carmelitani di Santa Maria del Carmine, altre cinque ai padri agostiniani di Santo Spirito. Solo due, quella di San Frediano detta la Bruciata e quella del Sacramento, avevano legami istituzionali con la parrocchia. Stesso discorso potrebbe essere fatto per le parrocchie di San Simone e San Michelino Visdomini, nel cui territorio operavano i frati minori di Santa Croce e i serviti della Santissima Annunziata. Santa Maria Novella, convento domenicano, e San Iacopo dei Fossi, monastero vallombrosano, avevano la cura; e non a caso figurano anche loro tra le parrocchie con il maggior numero di confraternite. Delle centocinque tra compagnie, buche, congregazioni e centurie che avevano un direttore spirituale ben settantuno nel 1783 si affidavano ad un regolare. Per quanto riguarda le titolazioni, indice della sensibilità devozionale, su centocinquantuno compagnie ottanta erano dedicate a santi, ventisette alla Madonna, quararantadue avevano denominazioni cristologiche.
I motupropri del 21 e del 22 marzo 1785 non furono un fulmine a ciel sereno. La riforma delle parrocchie di Prato e di Pistoia, del 21 e del 22 luglio 1783, prevedeva la soppressione di tutte le compagnie e confraternite laicali e l’istituzione in ogni parrocchia, sotto la direzione del parroco, di una compagnia di carità. Nello stesso giorno in cui Pietro Leopoldo firmava il motuproprio per Prato, il 22 luglio, la Segreteria di Stato incaricava il Segretario del Regio diritto di condurre un esatto censimento di tutte le confraternite, compagnie, buche e centurie della città di Firenze.

Giuseppe Zocchi, Veduta della processione del Corpus Domini, 1744

Un censimento (già sopra ricordato) che era troppo facile preludio all’estensione della riforma alla capitale e, infine, a tutto il granducato. L’arcivescovo di Firenze Antonio Martini se ne rese conto. Pur giudicando positivamente le nuove compagnie parrocchiali per quanto riguardava le opere di carità, le riteneva dannose per l’amministrazione dei sacramenti, la partecipazione alla messa e per la preghiera. In particolare, pensava che i sacerdoti delle parrocchie più grandi della città, San Lorenzo, Sant’Ambrogio, San Niccolò d’Oltrarno, non sarebbero mai riusciti a garantire un servizio liturgico e sacramentale pari a quello assicurato dalle compagnie. L’arcivescovo, inoltre, lamentava che il progetto del governo non tenesse affatto conto del carattere professionale di alcune compagnie e della loro utilità sociale per l’istruzione dei poveri. Martini implorava che il governo abbandonasse il progetto di generale soppressione. L’arcivescovo volle giocare anche la carta della mediazione: il 4 settembre 1784 chiese infatti di risparmiare diciotto istituti «per la conservazione ed aumento della pietà», e per l’«istruzione ed edificazione del popolo e particolarmente dei poveri».
Con il motuproprio del marzo 1785 si disponeva che i beni immobili e mobili degli istituti soppressi confluissero nei Patrimoni Ecclesiastici che avrebbero provveduto, di concerto con i vescovi, al soccorso delle parrocchie povere con aumenti delle congrue o restauri agli edifici delle chiese e delle canoniche. Il trasferimento degli obblighi di messa delle compagnie doveva essere poi effettuato dai vescovi salvaguardando i diritti dei patroni privati; non sarebbero stati secolarizzati gli oratori utili al servizio religioso del popolo; infine, i sussidi dotali e caritativi, ora amministrati dai Patrimoni Ecclesiastici, dovevano essere conferiti ai popoli delle parrocchie dove erano situate le compagnie. Con i Capitoli delle Nuove Compagnie di Carità firmati il 22 marzo, Pietro Leopoldo erigeva in ogni parrocchia dello Stato una compagnia nuova, diretta dal parroco e alla quale avrebbero partecipato i soli parrocchiani allo scopo di distribuire elemosina ai poveri, assistere i sacerdoti nell’amministrazione del viatico e nelle processioni. Il 29 marzo una notificazione eccettuava dalla soppressione nove compagnie fiorentine: si trattava di alcuni tra i più antichi e prestigiosi istituti laicali, le due buche di San Girolamo e di San Iacopo in Santa Felicita, le sette compagnie della Misericordia, della Dottrina Cristiana dei Bacchettoni, delle Stimmate, di San Benedetto Bianco, di San Niccolò del Ceppo e di San Filippo Neri ed, infine, della Congregazione di soli sacerdoti di San Salvatore. Fu questo il massimo che riuscì ad ottenere l’arcivescovo Antonio Martini.

Matilde Malenchini, Ritratto di Scipione de’ Ricci, in Louis De Potter, Vie de Scipion De Ricci, évêque de Pistoie et Prato, Bruxelles, H. Tarlier, libraire-éditeur, 1825

L’iniziativa di Pietro Leopoldo trovava la sua ragion d’essere nella particolare declinazione che il granduca operava del binomio suddito/cristiano. Era, la sua, l’espressione di una religiosità ispirata dalla «regolata devozione» del Muratori e dalla più radicale ‘pietà illuminata’ che il granduca condivideva con il fratello Giuseppe II (imperatore del Sacro Romano Impero) e nella piccola Toscana con il gruppo di ecclesiastici giansenisti legati a Scipione de’ Ricci, vescovo di Pistoia e Prato dal 1780. In tale sensibilità religiosa la fede si doveva esprimere in forme sobrie di pietà autenticamente cristiana, lontane quindi da quegli eccessi delle devozioni e pratiche pie di una pietà barocca avvertita ormai fuori tempo. Meno lusso dunque, meno effimere scenografie religiose, meno forma e più sostanza. Meno spreco anche di denaro in processioni e riti religiosi e più concreta assistenza dei poveri, dei malati e dei moribondi. Meno orgoglio di appartenere a confraternite secolari e più consapevolezza di esser tutti parte dell’unico gregge di Cristo. In termini istituzionali, questa esigenza si traduceva nella valorizzazione della rete delle parrocchie e delle figure del parroco e dei cappellani, unici legittimi pastori soggetti all’autorità apostolica dei vescovi.
Pietro Leopoldo aveva però sottovalutato il ruolo sociale delle confraternite. Le compagnie nuove avrebbero infatti assicurato assistenza a malati e moribondi, funerali e sepolture ma sarebbero state essenzialmente gruppi di mutua assistenza religiosa e spirituale, mentre più vaghe e incerte risultavano le garanzie che avrebbero offerto sul piano dell’assistenza sociale. La decisione poi che i patrimoni delle soppresse compagnie confluissero nei Patrimoni Ecclesiastici diocesani senza un preciso vincolo d’uso a fini assistenziali e sociali era la dimostrazione che quella rete su cui si era basato il variegato mondo laicale veniva definitivamente smantellata. Non stupisce dunque che, prima a Prato nel 1787 e poi in tutta la Toscana nel 1790, i tumulti popolari contro le riforme leopoldine includessero nelle rivendicazioni anche il ristabilimento delle compagnie soppresse.
Solo il nuovo Stato amministrativo ottocentesco, costruito sul modello napoleonico, segnerà la crisi del sistema caritativo assistenziale di antico regime. Ma a quelle data lo Stato, seppur lentamente e attraverso alterne vicende, andava assumendo sempre di più direttamente i compiti di assistenza sanitaria, sociale e previdenziale.

Bibliografia di riferimento

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  • P.D. Giovannoni, Fra trono e cattedra di Pietro. Antonio Martini arcivescovo di Firenze nella Toscana di Pietro Leopoldo (1781-1790), Firenze, Pagnini Editore, 2010
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  • M. Rosa, Il giansenismo nell’Italia del Settecento. Dalla riforma della Chiesa alla democrazia rivoluzionaria, Roma, Carocci, 2014
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  • D. Toccafondi, La soppressione leopoldina delle confraternite tra riformismo ecclesiastico e politica sociale, «Bollettino Storico Pratese», LXI (1985), pp. 142-172

 

Elenco dei link in ordine di citazione (il loro funzionamento è stato verificato nel marzo 2015)


Come citare questo articolo: Pietro Domenico Giovannoni, Marzo 1785: la soppressione delle confraternite laicali a Firenze, in "Portale Storia di Firenze", Marzo 2018, http://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=marzo-1785-la-soppressione-delle-confraternite-laicali-a-firenze
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