Angelo Fabroni
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Nasce a Marradi (Firenze) il 7 settembre 1732, da Alessandro e Giacinta Fabroni. La famiglia è nota, agiata e ben numerosa (Angelo è l’undicesimo e ultimo figlio).
La sua vocazione spiccatamente umanista lo porta a studiare a Roma, dove nel 1750 ottiene un posto di convittore nel collegio “Bandinelli” riservato ai giovani del Granducato di Toscana. Gli allievi frequentano i corsi del Collegio Romano dei gesuiti. Successivamente il Fabroni ha modo di criticare, anche aspramente, la Compagnia, particolarmente dopo la sua soppressione nel 1773. Ciò come teorica dimostrazione di una certa propensione sia verso un cattolicesimo “moderno”, che rispetto ai tipici connotati illuministici, che accetta in molti aspetti senza mai aderire del tutto al loro spirito di fondo.
Due aspetti sono rilevanti per comprendere il giovanile giansenismo del Fabroni: la reazione alla formazione gesuita e la conoscenza, nel 1753, di G. Bottari, bibliotecario della famiglia Corsini ed esponente illustre del giansenismo toscano a Roma riunito nella compagnia “dell’archetto”. Il Bottari gli propone di diventare suo coadiutore nel canonicato di S. Maria in Trastevere; Fabroni accetta il lavoro e con esso gli ordini sacri. In questi anni traduce dal francese opere gianseniste, ma la sua adesione al giansenismo non fu mai dottrinalmente molto radicata.
Grazie ai suoi natali ed alle relazioni sempre più strette con la famiglia Corsini, il 5 giugno 1767 Fabroni è nominato priore mitrato (capo del canonicato) della basilica di S. Lorenzo a Firenze. In questi anni stringe uno stretto rapporto di fiducia con il granduca Pietro Leopoldo, un legame che si conclude con la designazione, nel 1769, a provveditore allo Studio di Pisa e priore dell’Ordine cavalleresco di S. Stefano (cariche che manterrà fino alla morte). A Pisa, nel 1771, avvia il “Giornale de’ Letterati”, che dirige fino al 1796 caratterizzandolo con una direzione vivace e polemica verso i rivali fiorentini delle “Novelle Letterarie” dirette prima da G. Lami e poi da M. Lastri.
Le principali opere del Fabroni rientrano, in vario modo, in un modello di scrittura biografica, tanto che la biografia (intesa in un contesto storico culturale) è la forma in egli preferisce ordinare i materiali storici quando le sue esplorazioni in archivi e biblioteche toscane lo mettono in contatto con cospicui depositi dell’età medicea. L’unica opera del Fabroni che non ha carattere biografico è la storia dell’università di Pisa, fortemente sollecitata dal granduca Pietro Leopoldo.
La campagna italiana di Bonaparte dissolve, nel Fabroni come in altri intellettuali dell’epoca, l’idea politica concentrata sulla sintesi tra un cattolicesimo ed un illuminismo moderati; la svolta radicale giacobina porta Fabroni ad un profondo ripensamento politico che sfocia in un recupero della tradizione cattolica patristica ed ascetica.
Muore a Pisa il 22 settembre 1803 ed è sepolto nella chiesa dell’Ordine di S. Stefano.

Opere
De vita et rebus gestis Clemente XII, Roma, 1760;
Vitae italolurum doctrina excellentium qui seculo XVII floruerunt, I-IV, Romae, 1766-1774; V, Florentiae 1775;
Lettere inedite di uomini illustri, Firenze, 1773-1775, 2 voll.;
Historiae Academicae Pisanae, Volumen I, Pisis, 1794; … Volumen II, ibid. 1792; … Volumen III, ibid. 1795.

Studi su Angelo Fabroni

U. Baldini, voce Fabroni, Angelo in Dizionario biografico degli italiani, XLIV, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1994, pp. 2-12;
Commissione rettorale per la storia dell’Università di Pisa (a cura di), Storia dell’Università di Pisa, voll. 1-5, Pisa, PLUS, 2000.